Viterbo – Non completamente capace di intendere e di volere. Ma neppure incapace.
Ivan Massari, il “grande accusatore” dei fratelli Medde, che ha fatto nascere l’inchiesta “Toro loco” con le sue dichiarazioni, ha “un vizio parziale di mente”.
Lo rivela la perizia psichiatrica di Giovanni Battista Traverso – lo psichiatra di Cogne -, incaricato dal tribunale di visitare Massari, uno dei 29 indagati dell’inchiesta “Toro loco”, su una lunga serie di ritorsioni, tra macchine e porte di casa bruciate, minacce e pestaggi, molti dei quali in discoteca. Anche per questo tra gli indagati figurano diversi buttafuori.
L’arresto per i fratelli Giovanni, Giuseppe, Salvatore e Gavino Medde, sardi residenti a Ronciglione da più di vent’anni, scatta nell’ottobre 2009 per associazione a delinquere finalizzata all’estorsione, al traffico di sostanze stupefacenti, al recupero crediti con metodi violenti, causando ferite con armi da fuoco e da taglio. Solo mesi dopo l’inchiesta si allarga al filone dei pestaggi in discoteca.
I fratelli Medde finiscono nel registro degli indagati grazie a Massari, che li accusa e si autoaccusa. Già il tribunale del Riesame non lo ritenne attendibile, liberando tutti a una settimana dal blitz.
Ieri, all’udienza preliminare davanti al gup Francesco Rigato per i 29 indagati, lo psichiatra ha illustrato la sua relazione e risposto alle domande di accusa e difese. Per Traverso, Massari è socialmente pericoloso e imputabile, con un vizio parziale di mente. In pratica, non era completamente in sé al momento della collaborazione con gli inquirenti. Un dato che, per la difesa dei Medde, rappresentata dall’avvocato Marco Russo, può compromettere l’intero castello accusatorio.
Nel fascicolo, aperto dal pm Massimiliano Siddi, c’è di tutto. Cinquanta capi di imputazione che raccontano di ritorsioni sistematiche: auto incendiate, porte di casa bruciate, calci, pugni e minacce di morte alle vittime. Azioni anche su commissione di mandanti identificati e non.
“Regolatori di conti”: i Medde e Mario Tatti – arrestati anche nel più recente blitz Mamuthones -, insieme a Massari, avrebbero fatto da intermediari persino in questioni di eredità familiare. Chiamati per far ritirare denunce o estorcere somme di denaro, sempre coi mezzi dell’intimidazione.
E’ il caso dei colpi d’arma da fuoco esplosi contro una casa di riposo o della macchina incendiata di uno spacciatore che avrebbe fatto concorrenza nel traffico di droga a Ivan Massari e Gavino Medde.
A gennaio, accusa e difesa inizieranno a tirare le somme di una lunga vicenda, non ancora arrivata a processo ma che già perde pezzi: per alcuni capi di imputazione sta per scoccare l’ora della prescrizione. Colpa delle lungaggini di un’udienza preliminare che ha collezionato mesi e mesi di rinvii per notifiche mancanti o errate. Destino comune a molti maxiprocessi viterbesi.






