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“Erano solo delle bestie…”

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Le pattuglie della polizia

Le pattuglie della polizia 

Viterbo – Donne e bambini in lacrime. Una mamma che ha fatto in tempo a prendere il figlio e portarlo via, prima che il passeggino fosse scaraventato lontano. Un’intera piazza ostaggio di un manipolo di folli per un quarto d’ora che è durato un’eternità.

Le testimonianze di chi ha assistito alla rissa del 3 settembre in centro sono racconti dall’inferno.

Sembra di ritrovarsi catapultati in una di quelle proteste di strada sempre uguali delle metropoli, che finiscono a sangue e botte da orbi. Invece era piazza del Gesù. Gioiello viterbese. Piccola, raccolta e splendida, con la sua antica fontana e i locali tutt’intorno. Discoteca a cielo aperto per una notte da dimenticare.

Chi c’era racconta che “All’inizio l’atmosfera era bella. C’era stato un concerto e poi, tutti a ballare, i locali pieni, le famiglie a passeggio fino a tardi per santa Rosa”. L’incubo vero inizia alle 2 del mattino. “Venti, trenta persone hanno iniziato a dare di matto all’improvviso – spiegano i testimoni -. Non sono arrivati di punto in bianco: erano già lì. Qualche ora prima avevano intonato cori da stadio e inni contro la polizia. Li abbiamo visti in circolo. In mezzo a loro, un fumogeno a terra… E guarda caso vicino alla Macchina è stato lanciato un fumogeno… sarà stato un caso? Solo verso le 2 hanno cominciato a lanciare tutto quello che gli capitava: tavoli, sedie, bottiglie, perfino un passeggino. Una mamma ha fatto appena in tempo a recuperare il bambino, altrimenti chissà…”.

Uno dei locali affacciati sulla piazza ha sprangato le porte. Dipendenti e clienti si sono barricati dentro per impedire all’inferno di entrare.

Non un motivo scatenante (non che ce ne fosse uno per giustificare quella violenza). Non una provocazione. Niente. Solo “una folla di persone con testa rasata, a torso nudo e con l’alcol in circolo pronta a spaccare anche le ossa a chi gli si parava davanti”. Come con un ragazzo sui vent’anni che se l’è vista brutta. Ad aiutarlo è accorso il cinquantenne cui è stato quasi reciso un orecchio. In un primo momento sembrava con una coltellata. In realtà la ferita sarebbe stata provocata da una sediata. 

Il gruppo, però, aveva anche i coltelli, notati da chi ha visto da vicino quelle facce e quella rabbia. “Oltre alla paura, eravamo inebetiti: un’esplosione di ferocia gratuita da non credere ai nostri occhi. Non erano più uomini. Sembravano animali. Erano solo bestie. Con tutto il rispetto per le bestie”. C’è chi parla di sette, chi di dodici pattuglie della polizia, più una dei carabinieri. Ma al loro arrivo, i picchiatori non c’erano più: con la stessa velocità con cui tutto è iniziato sono scappati per i vicoli del centro.

Non sono sfuggite neanche particolari magliette con le scritte “Stefanino vive”, “Stefanino presente”. “Molti le indossavano all’inizio della serata – dice un altro testimone ancora -, poi più di qualcuno le ha tolte”.

“Stefanino” è sicuramente un giovane vicino agli ambienti della tifoseria calcistica del Latina, morto otto anni fa. Gli ultrà pontini gli dedicano spesso striscioni e iniziative. Erano loro i picchiatori? Oppure i partecipanti alla rissa indossavano quelle t-shirt apposta per depistare? Potrà dirlo solo la polizia. Almeno le maglie viste, comunque, riconducono all’ambiente della tifoseria del Latina. Del resto, la vicinanza tra la curva viterbese, in particolare il gruppo ormai sciolto “Questione di stile”, e la “Brigata littoria”, non è un segreto per nessuno. Anche per motivi di consonanza politica: sono entrambi gruppi di ultrà di estrema destra. 

Squadra mobile e Digos indagano nel più stretto riserbo. Hanno cominciato a visionare i filmati delle telecamere di piazza del Gesù, ma il lavoro è immane: c’è anche una sterminata mole di immagini e video ripresi con gli smartphone. E intanto si raccolgono altre testimonianze dei presenti, dei passanti, dei titolari dei locali nei dintorni della piazza. Si indaga in particolare negli ambienti dell’estrema destra. Senza tralasciare nemmeno il più piccolo particolare per far passare la voglia ai picchiatori – nostrani o in trasferta – di rovinare la festa più cara alla città.


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