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Notte di santa Rosa, lancio di fumogeni e risse in piazza

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Trasporto della macchina di santa Rosa - Il fumogeno lanciato all'inizio di via Garibaldi

Trasporto della macchina di santa Rosa – Il fumogeno lanciato all’inizio di via Garibaldi 

Trasporto della macchina di santa Rosa - Il fumogeno lanciato all'inizio di via Garibaldi

Trasporto della macchina di santa Rosa – Il fumogeno lanciato all’inizio di via Garibaldi

Viterbo - Santa Rosa - Il lancio del fumogeno

Viterbo – Santa Rosa – Il lancio del fumogeno

Viterbo - Santa Rosa - Sulla destra indicato dalla freccia il fumogeno

Viterbo – Santa Rosa – Sulla destra indicato dalla freccia il fumogeno – Clicca sulla foto per ingrandire

Viterbo - Santa Rosa - Il lancio del fumogeno

Viterbo – Santa Rosa – Il lancio del fumogeno

Viterbo – Una volta la cronaca nera del post santa Rosa riguardava qualche furto di portafoglio nella calca e le visite dei ladri in alcune case incustodite.

Certo, all’inizio dell’Ottocento un episodio del genere aveva innescato una mezza strage tra il pubblico, ma si era trattato di un’eccezione; per il resto, roba da Gatto e la Volpe. Insomma, il solito rubacchiare che fa parte integrante della vita di un ambiente provinciale e di una società tradizionale.

All’inizio degli anni ’70 qualcuno aveva temuto il peggio, una “contestazione” di sapore sessantottino: certo, qualche giovanotto della generazione dell’eskimo provò a denunciare la “manipolazione cattofascista” delle coscienze che la festa di santa Rosa avrebbe esercitato sul popolo, forse perché aveva letto (letto?) più Herbert Marcuse e Salvatore Toscano che Antonio Gramsci.

Ricordo che molti giovani viterbesi all’epoca si vantavano di allontanarsi da Viterbo il giorno del trasporto o si chiudevano in casa ad ascoltare a tutto volume Bob Dylan, magari tra una canna e l’altra, piuttosto che occhieggiare la macchina dalle finestre. La risposta a questa forma di negazionismo fu incredibile: nacquero le minimacchine e i giovani viterbesi degli anni ’70 e ’80 crebbero a pane e macchina di santa Rosa.

Altro che manipolazione delle coscienze: assieme alla crescita impetuosa del sodalizio, come soggetto interprete privilegiato della festa, la partecipazione popolare alle minimacchine confermò che la festa patronale è sempre un momento di riappropriazione dell’identità cittadina più concreta e profonda.

Oggi è arrivata la cronaca nera 2.0 o, meglio, postmoderna: adesso partono fumogeni, manco stessimo su un campo di calcio o a una manifestazione No-Tav, e scoppiano risse nel centro storico, manco fossimo all’uscita di una discoteca o dello stadio Olimpico.

Questo cambiamento che significato ha? Domandona a cui si può dare solo qualche rispostina in attesa di conferme, ma mi augurerei di non averne.

Dunque, ormai la metà dei giovani italiani di livello socioculturale medio-basso – tanti, a sentire le statistiche internazionali – vive e si comporta sempre e comunque come se stesse allo stadio; e, siccome chi va allo stadio sempre più spesso va a cercare la rissa e l’aggressione per ripagarsi delle frustrazioni subite o immaginate, alimentandosi con comportamenti ritualistico da branco, ecco che questa gente “esporta” in ogni suo comportamento il suo vissuto pseudocalcistico. Di qui il fumogeno come in curva Sud; di qui la rissa come ai parcheggi del Foro Italico.

Santa Rosa c’entra fino a un certo punto. Certo, ti viene un gran sballo a tirarvi contro un fumogeno “e vedere di nascosto l’effetto che fa”. Ma la rissa a piazza del Gesù è figlia di altre questioni, come lo è quella a piazza del Plebiscito. Il fatto è che di notte il centro storico di Viterbo rischia di diventare un mondo a parte dove vigono pressoché indisturbate altre regole.

Qualcuno dovrà prendere atto che la società odierna ha una caratteristica particolare: i giovani, per quanto marginalizzati, o forse proprio per questo, vivono una vita propria, con propri codici e propri punti di riferimento, e si sono ritagliati l’unico spazio che gli adulti non hanno occupato, la notte.

D’inverno in discoteca, d’estate fuori dalle birrerie, dai pub, nei luoghi di raccolta considerati più trendy che, in ogni città – per vari motivi che non staremo qui adire -, sono sempre nel centro storico. Così assistiamo a un fatto “nuovo” per Viterbo, ma consolidato da decenni a Milano, a Roma, a Parma, a Berlino, a Barcellona o a Dublino, cioè a una intensa vita notturna tra i vicoli della città vecchia. Il fenomeno è noto ed è parte integrante del più ampio processo di gentrification dei centri storici.

Dunque, le notti di san Pellegrino che fornivano un tempo il silenzio totale – imboccando il ponte del Duomo già si sentiva lo sciabordio dell’acqua della fontanella a lato di casa Valentino della Pagnotta -, oggi sono caratterizzate da un incessante ammucchiamento di giovani e meno giovani, da cui sale una cacofonia di grida, esclamazioni, risate, insulti, coretti che rimbalzano fra le antiche pietre come improvvisati fescennini.

E’ meglio o peggio? Dipende: è meglio un monumento che nell’ombra dorma i suoi secoli o che ritorni in vita come sfondo alla vivacità delle nuove generazioni? Il problema è un altro, non è far vivere o no un luogo antico; se così fosse la risposta sarebbe solo una: occorre farlo vivere, offrirlo alla gente, a ”tutta” la popolazione, come accade per il centro storico monumentale nei giorni di Caffeina.

Tuttavia un luogo “vissuto” è un luogo che viene inevitabilmente “sporcato”, perché basta un cinque percento di incivili per tradire l’educazione di tutti gli altri. Non solo; un luogo “vissuto” – sia esso il parcheggio antistante una discoteca o piazza del Gesù – facilmente diventa un’arena e una scena per chi fa della notte l’occasione dello sballo, dell’esibizione, del provare a superare ogni limite, come recitano persino certe pubblicità che ammiccano alle debolezze giovanili.

E allora? Allora, benvenuti nella società del 21esimo secolo dove la libertà rischia di trasformarsi in licenza e la licenza in impunità. Qualcuno si ricordi di certe proteste: “Se non vendiamo alcolici dopo le 21 chiudiamo bottega”; “Mandare in giro la polizia a fare controlli è roba da fascisti”; “Le telecamere? E che c’è il Grande fratello?”; e si ricordi anche di certe rivendicazioni sindacali sul lavoro notturno dei tutori dell’ordine.

Probabilmente hanno tutti ragione. Basta che però il giorno dopo non sgranino gli occhi meravigliati su quello che è successo la sera prima e vadano a chiudere la stalla quando sono già scappati i buoi.

Francesco Mattioli


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