Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – E’ passata sotto silenzio la notizia dei giorni scorsi riguardo alla chiusura della Tesoreria della Banca d’Italia di Viterbo le cui competenze in materia saranno trasferite alla centrale di Roma
Sapevamo che il processo di riorganizzazione avrebbe portato ad una drastica riduzione delle tesorerie provinciali, peraltro già avviato nel 2008 in altre parti d’Italia (con la cancellazione di circa 45 sportelli), ma ci aspettavamo per la nostra città una decisione più dilatata nel tempo.
In pratica il processo di informatizzazione ha accelerato il piano di centralizzazione delle operazioni di tesoreria (pagamenti, riscossioni, resoconti ed altro) che la filiale viterbese esercitava in modo autonomo per conto dello Stato, così da rendere praticamente antieconomica la sua attività.
Per la cronaca, leggiamo in una nota ufficiale che le filiali nel 2007 erano 97. Oggi sono 58. Nel 2018 scenderanno a 39.
Quella di Viterbo perde dunque l’autonomia bancaria e forse verrà declassata a sede distaccata della Banca d’Italia di Roma con competenze alquanto ridotte..
Ci si domanda quale sarà il futuro di quel possente edificio di via Marconi, uno dei simboli del Ventennio fascista, insieme al palazzo dello Poste e a quelli dell’Opera Balilla, della Camera di Commercio, del “Paolo Savi “ , delle “Scuole Rosse” ecc.
La sua storia viene da lontano, dagli inizi del secolo scorso quando nel 1907 il Consiglio superiore dell’istituto decise di aprire a Viterbo una filiale che venne elevata a rango di agenzia di prima classe nel 1924, trasformata, poi, in succursale nel 1928 a circa un anno dalla istituzione della provincia di Viterbo.
All’inizio della sua attività lo sportello si trovava al piano terra della Regia Prefettura, in piazza del Plebiscito per poi transitare in altre sedi fra cui il palazzo Ciofi-Venturini in via principessa Margherita (oggi via Matteotti), dove ora c’è il fabbricato dell’Inps, ed infine nell’attuale edificio di via Marconi.
L’importanza del capoluogo della Tuscia, consacrata dal nuovo presidio provinciale, consigliava al più grande istituto bancario italiano la realizzazione di una sede prestigiosa, addirittura un palazzo, in grado di gareggiare con altri già costruiti o in procinto di esserlo.
Per l’area si scelse quella dell’Urcionio di circa 2.000 mq di proprietà del comune e ceduta gratuitamente.
La costruzione, su progetto dell’ingegner Rocco Giglio dell’ufficio tecnico della Banca, ebbe inizio il 2 dicembre 1939 (come si legge nel Vol.2° Electa “I cento edifici della Banca d’Italia”). I lavori dopo una sospensione dovuta alla guerra, vennero ripresi nel settembre 1943 ed erano quasi ultimati quando un bombardamento nel 1944 distrusse parte dell’angolo est dell’edificio. Le opere di ricostruzione proseguirono dopo la guerra, nel 1945, per essere completate il 31 agosto 1947, anno in cui iniziò gradualmente il trasferimento dal palazzo Ciofi-Venturini.
Il volume “I cento edifici …” di cui sopra ci informa che a causa dell’irregolarità del terreno non si poterono riproporre gli stili delle consorelle banche di altre province, tanto cari al Ventennio. Dunque l’edifico di via Marconi deve adattarsi alla conformazione del terreno, senza tuttavia rinunciare alle linee architettoniche del tempo, con due bei prospetti su piazza della Repubblica e su via Marconi il cui fronte, di un centinaio di metri, è diviso in tre parti con due massicce sporgenze laterali e il blocco centrale arretrato.
Le eleganze tosco-laziali dell’edificio, sottolineate da un tetto fortemente aggettante su beccatelli di legno e pietra, da un abbondante uso di mattoni di cotto e da un massiccio zoccolo di bugnato rustico, concedono ampi riguardi alle architetture medioevali e rinascimentali di Viterbo, riconoscibili nelle bifore delle finestre (che alludono alla fabbriche duecentesche) o negli ampi portali dal volto classico, con archi a volte su coppie di colonne corinzie.
L’interno, e più precisamente l’area destinata al pubblico e alle operazioni bancarie, è solenne con ampia scalata di accesso (nel versante destro del prospetto su via Marconi), soffitti alti, lucernari, finestre gigantesche, dovizia di marmi, arredi di legno massello (originali degli anni Quaranta), ampi corridoi che conducono alla direzione e agli uffici amministrativi.
Nei sotterranei, a tu per tu con l’Urcionio, si aprono alcune stanze blindate, i cosiddetti caveau, che pochi conoscono per evidenti motivi di sicurezza e segretezza. Nel piano superiore si apre una serie di appartamenti che dovevano servire nel tempo, ed in parte tuttora servono, alle “corte” di dirigenti, funzionari e impiegati, fino agli addetti alla custodia. Perché una costruzione così imponente in una città dopotutto minore rispetto alle “grandi” del tempo? Una vulgata popolare sosteneva che la banca-fortezza di Viterbo avrebbe dovuto ospitare, in casi di “pericolo”, i valori custoditi nel palazzo Koch di Roma dove si trova la sede centrale della Banca d’Italia. Ma non ci sono riscontri attendibili.
La domanda sul futuro dell’edificio è attuale e intrigante. Si potrebbe pensare nei prossimi anni ad una vendita a privati ma l’ipotesi non sembra percorribile, anche perché l’immobile difficilmente potrà essere trasformato in attività commerciali. Né si può ipotizzare un intervento del pubblico (regione o comune) data l’attuale situazione economica.
Come riconvertire l’edificio ad una destinazione più consona alle attuali esigenze sociali e urbanistiche della città che possa anche concorrere a vivacizzare un “boulevard” che oggi per la verità stenta a decollare?
Vincenzo Ceniti
