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“E’ bello sentire il piacere della fatica”

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Enrico Alfonsini all'arrivo alla maratona di New York

Enrico Alfonsini all’arrivo alla maratona di New York

Enrico Alfonsini durante una gara

Enrico Alfonsini durante una gara

Enrico Alfonsini durante una gara

Enrico Alfonsini durante una gara

I messaggeri di Luce di Rosa

I messaggeri di Luce di Rosa

I messaggeri di Luce di Rosa

I messaggeri di Luce di Rosa

Viterbo – “E’ bello sentire il piacere della fatica”.

Ha iniziato a correre per caso quando uno zio gli ha chiesto di accompagnarlo. Poi, per lui, è diventato impossibile fare a meno della strada. Sono passati 25 anni da quel giorno in cui Enrico Alfonsini ha calpestato l’asfalto, per la prima volta, e la voglia di farlo ogni giorno non gli passa.

Tutte le gare a cui ha partecipato se le è scritte sulla pelle. Una ventina di tatuaggi per fermare quei ricordi, indelebili anche nella mente. Il più bello è lo Skyline di New York sull’avambraccio con la data della maratona e il tempo impiegato per raggiungere il traguardo.

A questi, forse, ne aggiungerà un altro e cioè quello della staffetta della fiaccola della macchina di santa Rosa che lo ha visto protagonista insieme ai 18 messaggeri che da Roma a Viterbo hanno portato Luce di Rosa in trionfo prima del trasporto.

Come nasce la sua passione?
“Mi ha coinvolto mio zio – dice Alfonsini -, quest’anno faccio il 25esimo anno di corsa. Andando dietro a lui, è scattata la voglia che poi è diventata una passione che ha cambiato, in parte, il mio modo di vivere la giornata”.

In che modo?
“Che c’è sempre tempo per correre, io, infatti, mi alleno la mattina presto, esco verso le 6 e sto fuori per un’ora, poi al lavoro e niente… Nelle pause, se posso, vado un’altra volta”.

Molti pensano che correre sia noioso?
“Capisco chi la pensa così, ma per me correre è un momento unico. Spesso vado da solo, perché mi piace ritagliarmi quel periodo di solitudine in cui entro a contatto con il mio fisico e la mia mente. Penso a tante cose su cui, spesso, non ho tempo di ragionare nell’arco della giornata. Mi è capitato di stare fuori anche per due ore e mezzo. Sto bene e, anzi, quando non posso farlo per infortuni o impegni vari, mi manca”.

Come ha capito che la corsa era lo sport per lei?
“Quando le sfide e gli obiettivi che si affrontano vengono con estrema facilità. Da lì si va sempre oltre e non ci si ferma. Diventa una cosa che ti appartiene e che non può mancare nella vita di tutti i giorni”.

Qual è stata la soddisfazione più grande?
“La maratona di New York che ho fatto il 7 novembre del 1999. Sono passati tanti anni, ma ancora ricordo la gara, centimetro per centimetro. Ho in mente i bambini piccoli che mi davano il 5 quando passavo, l’affetto e l’incitamento della gente durante il percorso. Il clima della gara, nei giorni precedenti e successivi, è fantastico, perché Mahanattan vive per la maratona. A livello agonistico, invece, la gara più importante è stata una edizione della Roma-Ostia, in cui mi sono classificato 32esimo assoluto”.

Per il futuro?
“Sono momentaneamente infortunato, quindi è tutto da vedere. Mi piacerebbe partecipare alla maratona di Firenze, ma forse è troppo vicina e non so se riesco a riprendere l’attività. Quindi punto a quella di Roma in programma il 10 aprile”.

Cosa le ha dato la corsa?
“Mi ha fatto credere più in me stesso e nelle potenzialità che potevo esprimere. Mi ha dato la consapevolezza che con l’impegno e la voglia posso arrivare a fare delle buone cose. Mettendoci la testa, si è già un bel pezzo avanti”.

La prima sensazione che le viene in mente quando pensa alla corsa?
“Il piacere della fatica”.

Cioè?
“Sembra assurdo, lo so, ma è una delle sensazioni più belle dopo una maratona. Quando ti butti sul letto dopo aver oltrepassato l’arrivo e aver fatto la doccia. Quando ci si rilassa sdraiati e addosso si sentono tutti i momenti di una gara così lunga e impegnativa. Sulla pelle e nelle ossa. Solo chi l’ha fatta può capirla”.

Uno sport solitario, ma grazie al quale ha conosciuto persone con la sua stessa passione e con cui ha fatto gruppo…
“Non è uno sport di squadra, ma associa molto la gente. C’è condivisione, soprattutto nelle sensazioni che si provano”.

Maratone, gare, corse e poi, la staffetta da Roma a Viterbo con la fiaccola di Gloria, la macchina di santa Rosa…
“L’idea nasce tra anni fa da Rodolfo Valentino che, mentre stava correndo da solo lungo la via Francigena, ha avuto questa intuizione. Dopo la doccia, uscendo dal suo ufficio, ha incrociato il presidente del Sodalizio dei facchini Massimo Mecarini e gli ha detto cosa aveva in mente. La cosa è slittata per un paio di anni, perché non ci stavamo mai coi tempi. Stavolta, abbiamo giocato d’anticipo, iniziando a marzo. Il nostro problema più grosso, però, era proprio la fiaccola…”.

Si spieghi.
“Non sapevamo dove prenderla, poi una sera abbiamo incontrato Raffaele Ascenzi che ha iniziato a disegnarla, mentre gli spiegavamo l’idea. Non ci ha nemmeno dato modo di finire che già c’era un bozzetto di quello che sarebbe stata Luce di Rosa, il progetto, infatti, gli è piaciuto moltissimo”.

Poi sono venuti i messaggeri…
“Un gruppo collaudato col quale abbiamo condiviso grandi emozioni con un unico obiettivo in mente. Insieme abbiamo ottimizzato il percorso, anche in collaborazione col Sodalizio e i comuni che avremmo dovuto attraversare. C’è stato un bel lavoro dietro”.

E con quale messaggio?
“Un messaggio di luce, che è in grado di accendere il fuoco che porta calore, vita ed emozione. E’ stato un modo per coinvolgere l’intera comunità di Viterbo nel trasporto della macchina che, quest’anno, ha avuto un successo stratosferico rispetto al passato. Viterbo, città dei papi, collegata al Vaticano. Il nostro “essere tutti d’un sentimento” nel pregare e onorare santa Rosa e la festa”.

Paola Pierdomenico


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