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Test del dna, pool di consulenti al lavoro

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Viterbo - Operazione Terra madre - Antonio Pira

Viterbo – Operazione Terra madre – Antonio Pira 

Viterbo - Operazione Terra madre - Uno dei fratelli Pira

Viterbo – Operazione Terra madre – Uno dei fratelli Pira 

Viterbo - Operazione Terra madre - Uno dei fratelli Pira

Viterbo – Operazione Terra madre – Uno dei fratelli Pira 

Viterbo - Operazione Terra madre - Il materiale sequestrato

Viterbo – Operazione Terra madre – Il materiale sequestrato 

Farnese – Un test per capire se il dna ritrovato su un cappuccio corrisponde a quello dei Pira.

Sarebbe una prova in più a carico di padre e figli, arrestati nell’operazione “Terra madre” (video – Terra madre: fotocronaca – slide). Rispondono degli attentati intimidatori all’ex sindaco di Farnese Dario Pomarè, avvenuti a febbraio: Pomarè si vede radere al suolo un oliveto, incendiare il casale e un trattore e massacrare a bastonate i suoi cani da caccia.

Sul suo terreno viene trovato una specie di passamontagna nero. I carabinieri hanno prelevato campioni di saliva ai due fratelli Marco e Paolo Pira e al padre ultrasettantenne Antonio. I campioni dovranno essere confrontati con le tracce biologiche sul cappuccio.

Ieri si è svolto un primo incontro tra il consulente della procura e gli esperti incaricati dagli avvocati Giuseppe Picchiarelli e Angelo Di Silvio di seguire l’accertamento tecnico.

Dopo gli arresti domiciliari a fine agosto, i Pira sono tornati in libertà il 9 settembre, su decisione del tribunale del Riesame.

Impugnando l’ordinanza d’arresto, le difese hanno puntato sulla mancanza di attualità della misura cautelare; dalle intimidazioni a Pomarè all’arresto dei Pira passano cinque mesi, colmati con intercettazioni in cui padre e figli dicono cose inquietanti ma, concretamente, non fanno nulla per attuare quelli che, almeno al telefono, sembrano veri e propri propositi criminali. Come quando dicono, sempre parlando di Pomarè, di “ammazzargli quel cane”. O di fargli “subito un altro lavoretto”. Oppure, che “adesso tocca pure al figlio”. 

L’altro motivo alla base dei ricorso dei difensori è stata l’ordinanza d’arresto copia-incolla, quasi in tutto uniformata alle richieste del pm Fabrizio Tucci, tranne che per il fatto che il magistrato aveva chiesto il carcere per padre e fratelli, messi, invece, ai domiciliari.

Il movente della vendetta contro Pomarè, stando alle indagini, sarebbe stata l’approvazione del regolamento dei terreni a uso civico, che penalizzava i Pira, allevatori e, quindi, con tutto l’interesse ad avere nella propria disponibilità ampie porzioni di terreno da adibire al pascolo.

Nella lista dei Pira, altre 40 persone, oltre Pomarè, su cui vendicarsi: chi aveva firmato la doveva pagare. Almeno queste sarebbero state le intenzioni dei tre arrestati, secondo le intercettazioni raccolte dagli inquirenti. 


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