Viterbo – Tutto e il contrario di tutto.
Tra le indagini e il processo c’è un abisso sul fronte delle accuse di concussione all’ex direttore generale della Asl Giuseppe Aloisio.
Due gli atti nel mirino degli inquirenti: da un lato, il nulla osta igienico-sanitario alla Nuova clinica Santa Teresa; dall’altro, la delibera che riattivava la convenzione con la casa di cura di Nepi, cui la Regione aveva revocato un finanziamento in assenza di requisiti. Atti che, secondo i pm Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma, favorivano apertamente i proprietari delle due cliniche Roberto e Fabio Angelucci, tra i 29 imputati del maxiprocesso Asl.
Per l’accusa, Aloisio avrebbe obbligato i suoi dirigenti a sottoscrivere quegli atti, fatto pressioni, esercitato la sua autorità di numero uno della Asl facendo capire che uno sgarro poteva costare caro ai dirigenti “dissidenti”. Ma ieri, i diretti interessati, dirigenti presunte vittime della concussione e, quindi, dell’atteggiamento autoritario di Aloisio, hanno confermato poco o nulla dei vecchi interrogatori, un po’ attenuando, un po’ ritrattando. Le stesse pressioni che ieri erano si traducevano in “ordini perentori del direttore generale” ed erano oggetto di sfoghi tra i dirigenti, oggi diventano ordinarie al punto da non conservarne più traccia nella memoria.
“Non ricordo pressioni specifiche”, ha spiegato per circa un’ora l’ex dirigente del Servizio Igiene pubblica della Asl Giandomenico Spera che, in fase di indagini, si era spinto fino ad ammettere che mai avrebbe rilasciato quel nulla osta, se non per l’ordine perentorio del direttore generale. Spera descriveva Aloisio come “persona molto autoritaria, cui non piaceva essere contraddetto, per cui temevo che, in caso di dissenso, il direttore potesse ostacolarmi sul lavoro”. Oggi smentisce: “Timori sul lavoro? E perché?”.
I pm chiedono la trasmissione degli atti in procura per falsa testimonianza. Perché per rilasciare due versioni così diverse Spera mente senza soluzione di continuità: o ha parlato troppo all’epoca, o troppo poco oggi, ma le parole hanno un peso. Sulle sue dichiarazioni l’accusa ha costruito un’ipotesi di concussione a danno di Aloisio. Concussione polverizzata dalle testimonianze di ieri, secondo l’avvocato dell’ex dg, Alessandro Diddi.
Con il nulla osta di Spera e un successivo parere favorevole della Asl, la Santa Teresa avrebbe ottenuto l’autorizzazione per tutta una serie di attività sanitarie. Ma tanto Spera quanto Renato Leoncini, altro dirigente presunta vittima di concussione, dicono che Aloisio aveva fretta semplicemente perché la vicenda Santa Teresa si trascinava da troppo tempo e, inoltre, “vista la carenza di posti letto di Belcolle e l’alto tasso di mobilità, l’apporto dei privati diventava irrinunciabile”, secondo Leoncini.
Le esigenze degli utenti prima dei privati, insomma. Come per la casa di cura di Nepi: la struttura, riconosciuta accreditata per la riabilitazione, si vede revocare le sovvenzioni regionali nel 2008, quando si scopre che, in realtà, i 40 posti letto per la riabilitazione non erano accreditati.
Per scongiurarne il taglio, si muovono prefettura, assemblea dei sindaci e la stessa Asl, imponendo a Leoncini – e sarebbe qui la presunta concussione – una delibera molto incisiva per riattivare la convenzione con la casa di cura. Strategia che Leoncini non condivide. Non si oppone agli ordini di Aloisio perché, anche se non se lo sente dire esplicitamente, “poteva anche perdere il posto, considerando che c’era già pronto il nome di un sostituto”.
Ma si trova così in disaccordo con i modi dell’ex dg, “autoritario per carattere”, e le politiche dell’azienda che, alla fine, si dimette nel 2009, per poi vedersi piovere addosso il maxiprocesso Asl, dov’è da un lato vittima del dispotismo di Aloisio, dall’altro imputato. “Una pagina dolorosa per me, che ho sempre lavorato nell’interesse della sanità e che mi sono dovuto allontanare dal mio posto pur potendo restare il servizio – conclude Leoncini -. Tutto quello che ho potuto, l’ho cancellato dalla mia mente”.

