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“Cara Tuscia…”, Pasolini detta le linee guida per lo sviluppo

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Un articolo del Messaggero del '74 su Pasolini e la Tuscia

Un articolo del Messaggero del ’74 su Pasolini e la Tuscia

Chia - La piantina della casa di Pier Paolo Pasolini

Chia – La piantina della casa di Pier Paolo Pasolini 

Pasolini a Chia

Pasolini a Chia 

Pasolini nella sua casa di Chia

Pasolini nella sua casa di Chia 

L'attore Claudio Troccoli (abitante di Chia) nei panni del "collaborazionista" e Pierpaolo Pasolini durante una pausa della lavorazione del film "Salò"

L’attore Claudio Troccoli (abitante di Chia) nei panni del “collaborazionista” ePierpaolo Pasolini durante una pausa della lavorazione del film “Salò” 

 

Chia - Il castello visto dall'alto

Chia – Il castello visto dall’alto 

Tuscania – Tra pochissimi giorni ricorrerà il quarantesimo anniversario della barbara uccisione di Pier Paolo Pasolini, uno tra i più grandi intellettuali italiani del Novecento, che aveva scelto di vivere nel piccolo borgo di Chia a pochi chilometri da Viterbo.

E si era anche impegnato, tra l’altro, a fianco degli studenti, per il riconoscimento dell’allora Libera Università della Tuscia.

Tusciaweb sosterrà l’iniziativa per ricordare il poeta, il regista e lo scrittore Pasolini, nel quarantennale della sua morte (1975 – 2015), e per questo invita i sindaci e le istituzioni a dedicare spazi pubblici, una via o altro luogo, al grande intellettuale. Chiunque avesse notizie, foto o fatti da ricordare, può renderle pubbliche tramite il nostro giornale. Questo anche in vista del 2016 anno che per Tusciaweb sarà l’Anno di Viterbo città del mare – La Tuscia terra di Orson Welles, Pasolini, Fellini.

L’associazione culturale Take off, per la prossima domenica 1 novembre, intanto ha organizzato a Tuscania una passeggiata racconto per ricordare il grande poeta sulle scene del film Uccellaci e Uccellini. Le letture dei testi saranno a cura di Lorena Paris. Info: 3382129568 – Annarita Properzi guida turistica 3334912669 – Paolo Zuccarino 3476563294.

Pier Paolo Pasolini nel 1974, quasi un anno prima di morire, aveva rilasciato a Gideon Bachmann un’intervista, sotto la Torre di Chia, che poi è stata pubblicata a pagina 3 del Messaggero di domenica 22 settembre 1974 sotto il seguente titolo: Cara Tuscia. Dal suo nuovo “rifugio” (un castello medioevale nell’Alto Lazio) Pier Paolo Pasolini spiega come una piccola moderna università potrebbe favorire lo sviluppo dell’Alto Lazio salvandone il dolce e ancor quasi intatto paesaggio dagli effetti devastatori di un vorace industrialismo.

Pier Paolo Pasolini aveva preso a cuore lo sviluppo del comprensorio viterbese.

“E’ possibile – si chiede lo scrittore nell’intervista – fare qualcosa per impedire che questa zona ancora abbastanza illesa si trasformi in un’altra lurida macchia sulla mappa deprimente dello sviluppo industriale italiano? Si tratta di pensare per la Tuscia, a un modo di sviluppo alternativo. La creazione, per esempio, di una Università per gli stranieri, sull’esempio di Perugia, e di un centro culturale, potrebbe rappresentare l’avvio di uno sviluppo “diverso””, in una provincia che finora è riuscita a salvarsi “… perché non è stata industrializzata.

E’ una regione povera. E poi non c’è stato come in tante altre regioni, – continua Pasolini – il tonfo dell’agricoltura. Solo recentemente sono cominciate a spuntare alcune piccole industrie. Ma sono decentrate e spesso sorgono, queste fabbrichette, proprio nei punti più belli della campagna, con effetti paesistici atroci. Suppongo che ora, con la recessione, questo sviluppo si fermerà. Comunque, non sarà mai terribile come nel Mezzogiorno. Per questo mi sto interessando a questa faccenda dell’Università della Tuscia.

Penso di suggerire all’amministrazione comunale di istituire certe facoltà – lingue, economia turistica, archeologia – che possano servire a promuovere un modello di sviluppo regionale diverso da quello industriale. Bisognerebbe ispirarsi all’esempio di Perugia: l’afflusso di centinaia di studenti dagli Stati Uniti, dalla Francia, dall’Inghilterra e dal Terzo Mondo sarebbe una soluzione. Viterbo è molto piccola, poco più di un grande paese. Per una città che non ha altre risorse, sarebbe anche una soluzione economica. Osti, albergatori e commercianti dovrebbero essere interessati alla cosa. E gli effetti sarebbero benefici per tutta la regione, soprattutto ai fini della difesa del paesaggio.

Qui intorno ci sono interi paesi, come Bomarzo e Mugnano, che dovrebbero essere fatti monumenti nazionali. Di posti simili potrei additartene almeno quindici – dice Pasolini rivolto a Gideon Bachmann – e poi c’è il problema grosso dell’archeologia, delle tombe e delle necropoli etrusche, che occorre difendere meglio da ladri e speculatori …”.

Una strategia a rischio di fallimento. “Questo accade solo se le cose son fatte senza coscienza. Ciò che si fa in nome del progresso non dev’essere necessariamente brutto. Su questo tema ho fatto un documentario. Nel mio film “Le mura di Sana”, sullo Yemen, ho aperto una parentesi e ho fatto vedere quel gioiello che è la collina sulla quale sorge Orte; quindi ho fatto vedere l’immondo grattacielo che le hanno costruito proprio accanto. La gente di Orte era molto sensibile al problema, erano tutti indignati mentre la costruzione andava avanti, ma nessuno potè fare nulla per impedire lo scempio.

Accadde sette o otto anni fa, in un’epoca in cui la gente si lasciava coinvolgere meno da questo genere di problemi. Fu uno di quei classici intrallazzi all’italiana… Prendi l’esempio di questo ruscello quaggiù. Vedi quella schiuma che copre l’acqua? Certi giorni è ancora peggio. Viene da una fabbrica lassù. Il proprietario sa bene che è abusivo questo uso dell’acqua pubblica. Ma lui dice alle autorità: “Se mi fate costruire un impianto di purificazione, mi costa troppo e devo chiudere la baracca”.

Così i suoi dodici operai verrebbero licenziati. In Italia vogliamo le cose subito, brutalmente. Non si ha il tempo o il gusto di promuovere il progresso con coscienza. Il neocapitalismo è ancora più brutale del paleocapitalismo. Per esempio in Inghilterra, dove le città sono tutte il prodotto di un’industrializzazione che è avvenuta cent’anni fa, fu possibile fare le cose con un po’ di buon gusto. Oggi ciò che succede in Italia è legato a un capitalismo mondiale, multinazionale, che va avanti come un carro armato, molto peggio del paleocapitalismo, che era nazionale. Qui le cose nuove che si fanno sono sempre miserabili.

Grattacieli brutti, casupole micragnose, eccetera eccetera. Il nuovo qui non è mai bello. Il problema è di salvare l’intera figura della regione, della città, non quei quattro palazzi più belli. C’è da salvare la città nella natura. Il risanamento dall’interno. Basta che i fautori del progresso si pongano il problema. Questa regione, che per miracolo si è finora salvata dall’industrializzazione, questo Alto Lazio con questa Viterbo e i villaggi intorno, dovrebbero essere rispettati proprio nel loro rapporto con la natura. Le cose essenziali, nuove, da costruire, non dovrebbero essere messe addosso al vecchio. Basterebbe un minimo di programmazione. Viterbo è ancora in tempo per fare certe cose. Mugnano, San Martino, la vecchia Chia, si potrebbero salvare (…) Quel che va difeso è tutto il patrimonio nella sua interezza. Tutto, tutto ha un valore: vale un muretto, vale una loggia, vale un tabernacolo, vale un casale agricolo.

Ci sono casali stupendi che dovrebbero essere difesi come una chiesa o come un castello. Ma la gente non vuol saperne: hanno perduto il senso della bellezza e dei valori. Tutto è in balìa della speculazione. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una svolta culturale, un lento sviluppo di coscienza. Perciò mi sto dando da fare per l’Università della Tuscia. Si tratta com’è noto, di un’università privata, chiamata la Libera Università della Tuscia. Fu fondata cinque anni fa da un consorzio di banche e di enti cittadini.

Ci sono tre facoltà: magistero, scienze politiche ed economia e commercio. Proprio in questi giorni il Consiglio regionale si dovrà riunire per decidere se sia opportuno o meno chiedere che venga statalizzata. Se lo Stato la riconoscesse, il numero degli studenti salirebbe automaticamente dai cinquecento attuali ad almeno due o tre mila. Tutti gli studenti dell’Alto Lazio, che oggi si dirigono verso gli atenei di Roma e di Firenze, convergerebbero qui. Diventerebbe una delle tre università del Lazio (la terza stanno pensando di metterla a Frosinone o a Latina). Con la statalizzazione, fra l’altro, si attenuerebbe una certa colorazione confessionale, e la gestione potrebbe diventare più democratica”.

Alla domanda dell’intervistatore “Tu partecipi alle sedute dei comitati studenteschi?” Pasolini rispose: “Penso di andare a quella, decisiva, del consiglio regionale, e di portarci con me anche altre persone del mondo artistico e letterario, perché credo che si tratti di una iniziativa importante. E’ un modo di difendere, al tempo stesso, le ragioni della cultura e quelle di un sano sviluppo di questa regione. Diventando statale, l’Università della Tuscia potrebbe finalmente diventare un organismo funzionale allo sviluppo civile dell’Alto Lazio, contribuendo fra l’altro allo studio dei problemi collegati al risanamento delle tradizionali basi economiche di tutta la regione: agricoltura, piccola proprietà, turismo, piccolo commercio.

Qui la Befana consumista non è ancora passata. Per esempio l’agricoltura bene o male è andata avanti. E il mondo, intorno, è davvero rimasto abbastanza simile a quello che amavano i turisti di una volta. Dopo le sei di sera c’è veramente una pace profonda. La televisione, per le strade, non la senti mai. E la gente è molto mite, di un’educazione estrema, in tutta la Tuscia. Ma, naturalmente, per evitare che la Befana arrivi anche qui, occorrerà fare le cose con misura e intelligenza. In Italia, questo è il guaio, c’è stato lo sviluppo, non il progresso. Altrove le cose sono avvenute in modo meno tragico perché ci sono state due fasi precedenti di acculturazione: prima la centralizzazione monarchica, di carattere aristocratico-feudale, che ha centralizzato i poteri rispettando certe tradizioni; poi la grande acculturazione della rivoluzione borghese e della prima industrializzazione, che in quel momento, come del resto dice Marx, era rivoluzionaria.

Marx si toglie tanto di cappello per la borghesia nel momento in cui l’accusa dei suoi crimini. Invece in Italia non c’è stata né l’acculturazione di una monarchia centralistica, né l’acculturazione di una borghesia rivoluzionaria. Questa di oggi è la prima acculturazione che l’Italia esperimenta. E’ stato un colpo di spugna traumatico, con atroci risultati distruttivi. L’industrializzazione ne strappa il popolo dalle sue radici, dalle sue tradizioni. Avvia gli operai, per esempio, a diventare dei piccolo-borghesi. E’ quanto sta succedendo in tutto il terzo mondo. La grande massa fluttua tra valori perduti e altri valori ipotetici non ancora acquisiti. Il modello che trionfa è lo stile piccolo-borghese. E’ un fenomeno politico sociale che può portare al fascismo. Io oggi non posso essere ottimista. Mi pare che uno che oggi, in questa situazione, riesca ad essere ottimista, non ami veramente la gente. Ottimisti sono coloro che non amano. Soltanto una persona che ama può stare in pena di fronte a un simile cambiamento; chi non ama se ne frega e tende ad essere ottimista per eludere i problemi”.

Silvio Cappelli

 


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