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Associazione mafiosa, dieci anni ad Alberto Corso

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Alberto Corso

Alberto Corso

 

Augusto Corso

Augusto Corso 

Viterbo – (s.m.) – Dieci anni per associazione di stampo mafioso.

Termina così il processo ad Alberto Corso, l’imprenditore 39enne di Canepina arrestato nella maxioperazione antindrangheta “El Dorado”.

Il fratello Augusto è uscito invece assolto dall’accusa di riciclaggio di denaro sporco.

Erano gli unici due viterbesi coinvolti nel blitz scattato a maggio del 2013 tra Viterbo e Reggio Calabria, coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia reggina: 22 arresti per un presunto riciclaggio di capitali della ‘ndrangheta. Tra gli arrestati anche alcuni calabresi residenti nella Tuscia, come il 44enne Domenico Nucera, già condannato a sette anni: abitava a Graffignano.

Secondo le indagini del procuratore aggiunto Nicola Gratteri e del sostituto Antonio De Bernardo, dal cuore dell’Aspromonte i capitali di una cosca arrivavano nel Viterbese e qui venivano riciclati nelle aziende dei Corso, per poi tornare puliti in Calabria. Sotto sequestro, al culmine delle indagini, finirono aziende ortofrutticole e di trasporti tra Vignanello, Canepina e Graffignano.

L’inchiesta si è spezzata in due processi: quello ai Corso e l’altro con rito abbreviato alla maggior parte degli imputati, 17 su 22. Per questi ultimi, la sentenza del gup di Reggio Calabria Adriana Trapani è arrivata l’anno scorso: su 17 sono stati condannati in dieci con pene dai sei ai dieci anni, ma solo per la pesante accusa di associazione di stampo mafioso. Dall’ipotesi di riciclaggio, il gup ha assolto tutti. Stesso copione per i fratelli Corso: assolto Augusto e condannato Alberto, il primo imprenditore viterbese in odore di ‘ndrangheta. 

Per gli inquirenti, Alberto Corso aveva assorbito tutta l’intraprendenza della mentalità criminale. Al telefono, nell’ampia mole di intercettazioni raccolte dalla Dda, l’imprenditore di Canepina veniva definito “contrasto onorato”: per l’affiliazione formale alla cosca dei Nucera, in pratica, gli mancava solo il battesimo. Nella pratica, veniva considerato come un membro di fatto della cosca, partecipando a tutti i progetti dei Nucera. Compreso quello di fare di Canepina “una Gioia Tauro 2″, come si augura Domenico Nucera in un’intercettazione. Per Corso, i Nucera sono fratelli. Lui lo chiamano “compare”, “Roberto”, “Roby”. Il gip di Reggio Calabria attribuiva a lui, a Domenico e a Francesco Nucera (condannato a sei anni) la regia delle attività illecite in terra viterbese.

Si parlava di 600mila euro riciclati nella Tuscia. Ma se il tribunale di Reggio non ha ravvisato l’ipotesi di riciclaggio, evidentemente, è perché pensa che i soldi che secondo Gratteri finivano nelle ‘lavatrici’ del Viterbese, servivano ad altro. Usura, forse: 600mila euro prestati a strozzo e restituiti a rate, come aveva suggerito Augusto Corso in uno dei suoi ultimi interrogatori. 

La differenza con il fratello minore Alberto è abissale: Alberto vuole conoscere il cursus honorum dello ‘ndranghetista, ansioso – o almeno così sembra dalle intercettazioni – di salire uno a uno i gradini della carriera criminale. Domenico Nucera gli spiega tutto, da bravo mentore, compreso l’antico rituale del battesimo: lettura della formula, goccia di sangue fatta cadere su un limone e santino da bruciare.

L’inchiesta “El Dorado” è quasi un unicum nel panorama giudiziario sulla ‘ndrangheta. Non solo per la presenza di Corso, viterbese incuriosito al punto dalle dinamiche criminali da decidere di affiliarsi a una cosca, ma soprattuto per l’alta densità di ‘ndranghetisti in un piccolo centro.

Gli inquirenti hanno scoperto che a Condofuri, piccolo centro di 5mila abitanti in provincia di Reggio, c’erano ben tre locali di ‘ndrangheta. Una locale è un insieme di ‘ndrine, formata da almeno 49 ‘ndranghetisti diretti da un capo. Una di queste locali, quella dei Nucera, aveva la sua sede privilegiata nella frazione di Gallicianò. 

Tre locali di ‘ndrangheta in un solo paese. Senza fare salve neppure le frazioni.


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