Viterbo – Un effetto un po’ perverso di questa strana soppressione delle province, le quali però continuano ad esserci per strade, ambiente, scuole ed altro, è quello che non si capisce bene a chi tocca fare la prima mossa perché sia conservata anche visivamente una memoria culturale che ha influenzato la storia del territorio nel suo complesso.
Ad esempio, con l’intitolazione di una spazio pubblico a Pier Paolo Pasolini, come Tusciaweb torna in questi giorni a proporre.
Pasolini, infatti, non appartiene solo a Soriano e Chia dove si ritirava a “lavorare”, a trovare l’ispirazione che il mosaico delle sensazioni che il territorio della Tuscia gli generava per collocare nelle sue opere paesaggi, muri, case e vita mutuate dalla vicina Orte fino alla maremma di Tuscania.
Ha scritto Franco Grattarola che Pasolini era “molto affezionato alla Tuscia, ambiente rurale, ancora incontaminato che gli ricordava il Friuli della sua infanzia”, là dove il fratello Guido si era arruolato nella Brigata partigiana cattolica Osoppo, quella che subì angherie pure dalle analoghe formazioni comuniste (e chissà quanto tutto questo influì sia sulle scelte di sinistra del poeta, sia sui contrasti ideologici e non legati solo a tendenze sessuali con il Pci).
L’impegno di Tusciaweb a mantenere vivo il legame con Pasolini non è di oggi. Nel 2004, fu in prima fila per il Festival pasoliniano di Chia e sempre ha sostenuto ogni iniziativa utile allo scopo. Comprese le rievocazioni e rappresentazioni come a Ferento e quell’incisiva “passeggiata” fatta non per narrare ma per vivere la cultura, che Antonello Ricci e Silvio Cappelli hanno guidato nel 50esimo del Vangelo secondo Matteo, il film che cambiò il modo di raccontare vangelo, Dio e popolo negli anni del Concilio.
In quell’occasione, per merito di Silvio Cappelli, Tusciaweb ripubblicò l’intervista sulla Tuscia rilasciata da Pasolini a Il Messaggero il 22 settembre 1974.
Per la nostra “terra ancora abbastanza illesa” il Maestro delineava un ruolo di polo culturale per l’intera regione, convinto che cultura e sviluppo economico sono complementari.
Uomo di sinistra, non ebbe timore a dire allora: “Mi sto interessando a questa faccenda dell’Università della Tuscia, un’università privata fondata da un consorzio di banche e di enti”, progenitrice dell’attuale ateneo, che dalla sua parte politica era spesso considerata un carrozzone. Democristiano.
E se ne interessò davvero.
Oggi il rettore dell’università attuale come può essergliene grato?
E il presidente Mazzola potrà sforare le sue competenze per una soluzione da definire col sindaco Michelini e l’assessore alla cultura Delli Iaconi?
Forse sì. Quando?
Renzo Trappolini

