- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

“Un’annata buona per il vino della Tuscia”

Condividi la notizia:

Fabio Mencarelli, coordinatore del corso di enologia

Fabio Mencarelli, coordinatore del corso di enologia

Agricoltura

Una vite

Viterbo – “Una annata sicuramente buona per il vino della Tuscia”.

A tracciare un bilancio è Fabio Mencarelli direttore del corso in questione e docente di enologia del dipartimento Dibaf dell’università della Tuscia.

Si parla di un’annata importante per il vino, sia in termini di qualità che di quantità. E’ d’accordo?
“E’ sempre difficile dare giudizi sulle vendemmie, la nostra penisola per conformazione ha una variabilità estrema dal punto di vista climatico, per questo si possono avere valutazioni diverse. Trovare tutti d’accordo è un po’ difficile, diciamo che l’annata, rispetto alla pessima dello scorso anno, è soddisfacente, con alcune punte di qualità. Ci saranno alcuni problemi sulle acidità del vino. Un’acidità bassa comporterà aumenti dei costi di cantina e più lavoro. Sui rossi le varietà tardive andranno meglio, perché sono state agevolate da un clima più fresco”.

Un’annata soddisfacente anche per i vini della Tuscia?
“Più o meno si seguirà l’andamento di cui parlavo. Quindi crollo dell’acidità e miglioramento nelle varietà tardive. In linea di massima sarà un’annata sicuramente buona”.

Chi è lo studente che frequenta enologia e da dove viene?
“Il corso di laurea che abbiamo a Viterbo è gestito dal dipartimento Dibaf e ha due indirizzi: industrie alimentari e viticoltura ed enologia. Chi sceglie la seconda formazione ottiene il titolo di enologo. Il corso quest’anno ha 37 studenti in classe, più un altro 30% circa che non segue. Sono numeri sempre più consistenti, lo scorso anno erano in 23 che seguivano. Del viterbese ce ne sono pochi, il corso pesca studenti da Roma e dintorni, ternano, abruzzese o orvietano. La maggior parte dei ragazzi non sono del settore. Chi si iscrive a enologia principalmente lo fa per il fascino del vino”.

 Come si articola il corso?
“Noi non abbiamo il numero chiuso, al nord ad esempio sì, perché il boom del vino esiste e tutti si iscrivono a questi corsi. Per fare formazione adeguata oltre alla didattica sono necessari laboratori, vigneti e cantine. Purtroppo per la mancanza di fondi di ateneo, un problema ministeriale, abbiamo strutture ridotte e la formazione diventa davvero difficile. Negli ultimi anni sono riusciti ad avere un vigneto sperimentale che è stato gentilmente concesso da Trapè della cantina di Montefiascone e una cantina sperimentale. Il problema è che mancano gli appoggi e il sostegno delle altre istituzioni.

Pur essendo l’unico corso laziale di questo tipo, da parte regionale e locale molto appoggio non ci è stato dato. E questo si riversa anche sul territorio. Mi permetto di dire che riusciamo a mantenere un livello qualitativo piuttosto elevato del corso grazie all’impegno dei docenti. Non a caso una delle ditte più importanti, la Simonit&Sirch, ha scelto proprio Viterbo per fare il corso di potatura per operatori. E’ con le nostre forze che manteniamo un corso di qualità”.

La qualità di un corso si vede anche dalla “fine” che fanno gli studenti?
“Di questo mi vanto anche a nomi dei colleghi. I nostri studenti vengono apprezzati e per noi sono un orgoglio. Faccio solo due esempi: un ragazzo uscito dal corso di enologia ora è direttore marketing di una grossa azienda italiana dove la cantina è stata progettata da Renzo Piano, un altro l’altro lavora in Francia nella regione del Bordeaux”.

Insomma c’è il vino, c’è la formazione ma la Tuscia non decolla. Come mai?
“Purtroppo il Lazio, tra tutte le regioni italiane, aveva da spendere nomi nel vino, nomi con grande tradizione si pensi al vino dei Castelli, all’Est Est Est, bisognava fare uno sforzo nel marketing. Ma in realtà non è mai stato fatto un programma vitivinicolo ad hoc. Neanche ora nei psr ci sono grandi spazi per la viticoltura.

Per capire: il Veneto che non aveva da spendere nomi in passato ora con il prosecco e l’Amarone ha inondato tutto facendo redditi pazzeschi. E queste cose si fanno non solo con la formazione ma soprattutto con il sostegno degli enti preposti. In Sicilia negli anni ’50 si conosceva solo il marsala, oggi i vini siciliani sono famosi e di eccellenza. Questo perché la regione ha creato l’istituto regionale vini e oli di Sicilia con lo scopo di promuovere la viticoltura regionale e tutte le cantine hanno avuto appoggio per lo sviluppo. Qui soffriamo e basta. E la misura si coglie anche andando al Vinitaly: quello del Lazio è spoglio e assomiglia più a una sagra di paese. Già la Tuscia vive una sofferenza logistica non indifferente, se non viene fatta una promozione adeguata, le cantine piccole sono destinate solo a sopravvivere”.

Maria Letizia Riganelli


Condividi la notizia: