Viterbo – Appalti truccati, membri delle commissioni sul banco dei testimoni.
Hanno parlato loro stamattina alla nuova udienza del processo agli otto imputati tra amministratori, imprenditori e funzionari del Genio civile accusati di aver messo in piedi una “cricca degli appalti”.
Sotto la lente di ingrandimento, le gare che i piccoli comuni bandivano col supporto del Genio civile. I componenti delle commissioni aggiudicatrici parlano per la prima volta, citati come testimoni delle difese: la procura non li ha mai ascoltati e i difensori non fanno mistero di quanto la ritengano una carenza delle indagini.
Secondo uno dei testimoni, la funzionaria del Genio civile Gabriela Annesi, accusata di spartire tangenti con il collega Roberto Lanzi, “era semplice segretario verbalizzante, con una funzione di controllo formale”. Nient’altro.
Per i testimoni, l’atmosfera delle commissioni era serena. Senza pressioni da chicchessia. Senza alcun atteggiamento imperante dei due funzionari regionali finiti a giudizio. Senza l’ombra di promesse di soldi da chi voleva aggiudicarsi gli appalti. I tre membri delle commissioni ascoltati, perlomeno, non ne sanno nulla.
Aleggia lo spauracchio sempiterno del ricorso al Tar. Per l’appalto di Vignanello, il più consistente tra la ventina esaminata dagli inquirenti (valore: due milioni e mezzo di euro), la commissione viene intercettata mentre parla di far arrivare comunque tutte le aziende alla fase finale dell’offerta economica, anche se qualcuna avrebbe dovuto essere esclusa. Non per una volontà di truccare la gara, ma per paura che qualche impresa si mettesse di traverso col ricorso al Tar.
Sarebbe questo il senso di una frase dell’imputata Annesi, intercettata dalla forestale: “Noi prima di escludere ragioniamo, ragioniamo, ragioniamo…”. Frase captata durante le riunioni della commissione per assegnare l’appalto di Corchiano: 301mila euro per restaurare Palazzo San Valentino, sede della biblioteca comunale. Per la difesa, l’esclusione di un’azienda per favorire l’altra sola partecipante in cambio di una tangente, come pensano gli inquirenti, non sarebbe stata così scontata e automatica.
Un membro della commissione (non indagato) voleva telefonare all’azienda da tagliare fuori: “Non ci vedevo niente di male – ha spiegato stamattina, sul banco dei testimoni -. Per noi era un dispiacere escludere ditte che avevano investito soldi per partecipare all’appalto. C’era un problema: gli avrei detto di non fare lo stesso errore in futuro”.
A novembre parleranno i testimoni della difesa dell’imprenditore Fabrizio Giraldo.

