Viterbo – Era convinto che convertendola all’Islam le avrebbe salvato la vita. Invece, l’ha fatta scappare con i figli.
Un 45enne egiziano risponde di stalking e maltrattamenti in famiglia, per l’inferno che avrebbe portato nella sua stessa casa. La moglie è costretta a chiedere la separazione da quell’uomo che, di punto in bianco, riscoprendo l’Islam, diventa severo e violento.
Dai figli pretende una rigida osservanza della religione. Specialmente dal maschio. Ma il bambino ha solo 3 anni.
La madre, una 40enne di un paese della provincia, ripercorre in tribunale una storia che assomiglia a un film. “Io mi opponevo, perché vedevo che mio figlio non ce la faceva: era così piccolo… Venivo aggredita anche davanti al bambino. Per lui, ero una sporca infedele che non voleva che il figlio fosse musulmano. Se si stancava e non recitava il Corano alla perfezione, il padre insisteva. Se non aveva detto la preghiera la sera, lo trascinava giù dal letto. Lo ha fatto circoncidere. Il mio bambino andava perfino in bagno di nascosto prima di dormire, perché se il padre avesse saputo che non aveva fatto il rito della purificazione, sarebbero stati guai”.
Insulti di ogni tipo. Sputi in faccia. Notti in bianco: il piccolo non va a dormire se non dice la preghiera e recita il Corano. A soli 3 anni, capisce bene che l’intervento della mamma peggiora le cose ed è costretto a dirle: “Non ti preoccupare mamma, ci penso io, faccio tutto da solo, così papà non si arrabbia”.
Ma non può durare per sempre. All’inizio del 2014, la donna chiede la separazione. Il marito realizza solo quando gli arriva la lettera dell’avvocato e perde la testa. “Mi ha scaraventata contro la porta di casa davanti ai figli e mi ha picchiata – ha raccontato, ancora, lei al giudice Silvia Mattei -. Nel frattempo, offendeva me, mia madre, ‘i cristianacci’. Diceva che rifiutavo Allah e, per questo, né io, né i suoi figli meritavamo di vivere. Metteva in dubbio persino che fossero suoi. E i bambini piangevano: mi hanno sorretta loro, altrimenti sarei svenuta”.
Ha fatto le valigie, ha preso i figli ed è andata a stare dalla madre, ma lui telefonava di continuo. “Obitorio”, e riattaccava. “Tappo gli occhi a te e ai tuoi figli”. “Ammazzo te e tua madre”. “Scorrerà sangue”.
Anche ai bambini l’uomo avrebbe detto cose irripetibili, terrorizzandoli al punto che non volevano più vedere il papà. La madre partecipa a tutti gli incontri. Non li lascia soli perché non si fida: in un cassetto della biancheria trova il suo passaporto sparito da anni e il certificato di nascita dei figli; quello del maschio anche in arabo. Un documento di cui era completamente all’oscuro. “Significa che ha la cittadinanza egiziana – dice -. Con quei documenti i bambini possono lasciare l’Italia col padre anche senza il mio consenso. Lui me l’ha detto più volte: te li porto via. Li ammazzo. Li sotterro. Come fai a non avere paura che i tuoi figli muoiano? Se non sono musulmani devono morire. Quando li avrò io, te li riporterò freddi”.
Una vita che è un calvario, tra i blitz del padre a scuola per vedere la figlia, scenate sotto casa, piazzate al bar, carabinieri che ogni volta corrono e telefonate minatorie a tutte le ore. “La giustizia di Allah ti deve ancora arrivare”, avrebbe detto all’ex moglie. Per lui, la giustizia terrena è intervenuta ancor prima della condanna: da sette mesi è agli arresti domiciliari in casa del suo avvocato, perché a parte l’appartamento in cui viveva con moglie e figli, non aveva un altro posto dove andare e sarebbe finito in carcere.
La signora non lo sente da due mesi. E finalmente respira. Ma la paura rimane. “Io e miei figli siamo in pericolo – dice -. Troppe volte sarei dovuta andare al pronto soccorso, ma sono mamma di due bambini. Non posso crollare”.
Stefania Moretti
