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Balducci e Amedeo Orsolini, chiusa l’inchiesta per corruzione

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Armando Balducci

Armando Balducci 

Viterbo – Il “secondo filone sommerso” vede la luce.

L’ultimo pezzo di “Genio e sregolatezza” non è più un mistero. Tre anni dopo il doppio blitz della forestale da 13 arresti per appalti truccati, il cerchio si chiude sugli indagati eccellenti che mancavano all’appello.

La procura ha fatto notificare nei giorni scorsi gli avvisi di conclusione dell’inchiesta all’imprenditore Amedeo Orsolini e al city manager Armando Balducci. Corruzione e truffa le ipotesi formulate dai pm Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma, contestate a vario titolo anche ad altri indagati: gli imprenditori di Celleno padre e figlia Gianfranco e Daniela Chiavarino e Roberto Tomassetti, tutti inquisiti anche nel filone principale di appaltopoli e tutti costretti a uscirne col patteggiamento; Luigi Castellani, socio della Colleverde srl, società di cui Orsolini è azionista al 90 per cento, e Lorenzo Grani, amministratore unico della stessa società, con in mano il restante 10 per cento delle quote.

Era questo il secondo filone d’inchiesta che si intravide appena, nel 2012, dopo “Genio e sregolatezza”: una slavina sull’imprenditoria viterbese. Nella presunta tangentopoli degli appalti, anche Balducci e Orsolini erano stati intercettati. C’erano carte che li riguardavano e che tiravano in ballo la lottizzazione all’Acquabianca. Seppero dai giornali di essere indagati. Balducci si fece interrogare in procura a pochi giorni dal Natale 2012. 

Stando agli atti d’indagine, Balducci, in qualità di dirigente del settore Urbanistica prima e di direttore generale del comune di Viterbo poi, si sarebbe adoperato per aiutare l’imprenditore edile Orsolini, che aveva pronto un progetto per il piano di zona Acquabianca. Progetto che, secondo gli inquirenti, era stato affidato a una società presieduta dalla moglie dell’ex city manager.

Sotto la lente dei forestali, che indagano fin dalla prima ora su “Genio e sregolatezza”, finisce la variante del piano di zona realizzata da Balducci. Una variante descritta negli atti (“atti illegittimi”, secondo i pm) come “non essenziale” anche se avrebbe stravolto la fisionomia di quel piano di zona: minimizzare sulle modifiche sarebbe stato solo un espediente per non far tornare il progetto di nuovo in consiglio comunale e in Regione, facendolo passare unicamente al vaglio della giunta di Palazzo dei Priori.

In cambio, l’ex direttore generale del comune di Viterbo avrebbe chiesto incarichi di direttore dei lavori a ingegneri impiegati in una società riconducibile a sua moglie. E poi il 5 per cento dell’importo dei lavori di urbanizzazione primaria, eseguiti dalle ditte Chiavarino e Tomassetti. 5 per cento in seguito dimezzato. Ma i magistrati ipotizzano un’altra tangente da almeno 70mila euro, “da consegnare a Balducci in contanti e in nero, a più riprese e in varie tranche”, si legge sugli atti di indagine. L’ultima rata, nel 2012. 

L’altra accusa, contestata a tutti fuorché a Balducci, è quella di una truffa per quasi 200mila euro a danno del comune di Viterbo, “inducendo in errore i funzionari sull’effettivo importo dei costi in concreto sostenuti in relazione ai lavori effettuati”.

Per farsi interrogare, depositare documenti o memorie hanno venti giorni di tempo.

Stefania Moretti


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