Viterbo – Populismo penale. Ovvero l’emotività che si riflette sulla giustizia e genera mostri.
Se n’è parlato ieri al convegno organizzato dall’Aiga (Associazione italiana giovani avvocati, sezione viterbese) all’aula della Corte d’Assise di Viterbo.
Un’occasione per presentare il libro “Populismo penale: una prospettiva italiana” di Manuel Anselmi, Daniela Falcinelli e Stefano Anastasia, politologo viterbese il primo, coordinatore del Centro studi Icedd Latin America della Luiss e ricercatore in Sociologia politica all’università di Perugia; ricercatrice di Diritto penale all’Università di Perugia la seconda; ricercatore di Filosofia e sociologia del diritto allo stesso ateneo e tra i fondatori di Antigone il terzo.
Un pomeriggio di riflessione, moderato dall’avvocato e giudice onorario Roberto Migno, sulla riforma del sistema sanzionatorio penale con i docenti universitari di procedura e diritto penale Carlo Fiorio e David Brunelli. Un’analisi accurata del corto circuito che esigenze della politica da un lato e dell’opinione pubblica dall’altro creano sul sistema giustizia.
Risultato: scomparsa del garantismo, atteggiamento condannista, difficoltà a comprendere appieno le problematiche del diritto di difesa e polemiche che scoppiano a ogni piè sospinto su casi giudiziari mediatici, con un accanimento dell’opinione pubblica che rischia di influenzare pericolosamente i giudici.
“Il populismo penale – ha spiegato Anselmi – consiste nell’uso distorto di informazioni, in comportamenti collettivi e rappresentazioni sociali che contribuiscono all’alterazione di contenuti relativi alla giustizia con una finalità politica. Caratteristiche: ipermediatizzazione, comunicazione basata su emozione e paura, tendenza a semplificare fenomeni complessi. Un esempio su tutti? Il plastico di Vespa. La creazione del consenso politico passa inevitabilmente anche per la giustizia”.
Daniela Falcinelli si sofferma sui contraccolpi emotivi al sistema giustizia: “Se l’opinione pubblica chiede risposte forti, il legislatore ha bisogno di darle, o quantomeno di dare un’impressione di inflessibilità. Da qui l’esigenza della ‘tolleranza zero’ e delle ‘pene esemplari’; l’aspetto punitivo privilegiato rispetto a quello rieducativo e risposte legislative come l’omicidio stradale o l’introduzione del reato di tortura”.
Gli anni Novanta sono stati il laboratorio del cambiamento. “Cambiamento politico, comunicativo, demografico – osserva Stefano Anastasia -. Siamo diventati in questi anni un paese di immigrazione, senza la quale molti imprenditori della paura non potrebbero fare a tutt’oggi il loro mestiere. Nel tempo, la domanda di punizione è cresciuta. Se prima il sistema era fondato sull’indulgenza, oggi ogni provvedimento di clemenza è mal digerito: l’ultima amnistia è del ’90, l’ultimo indulto del 2006. La pena, ormai, è diventata rilevante soprattutto dal punto di vista simbolico. E, proprio per questo, è tanto più importante per il potere”.








