Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ho grande rispetto del professor Mattioli, di cui conosco le indiscutibili competenze in relazione ad argomenti di sociologia visuale e sindologia, tuttavia l’argomento trattato è molto lontano da esse, riferendosi a tragiche vicende le cui radici sono la gestione geopolitica della conflittualità e il terrorismo con matrice religiosa. Ho avuto responsabilità operative e ho insegnato: le due attività svolte, mi hanno fatto comprendere la loro radicale differenza e il concreto rischio di una loro pericolosa commistione.
Mattioli si dichiara in disaccordo con me, ma nel lungo suo scrivere non vi è traccia del perché, lo fa a prescindere. In sostanza, ammette che il problema dell’Islam è anche una questione d’intolleranza culturale, tenta un impossibile parallelismo tra cultura liberista e Marx, dimenticando che, per quest’ultimo tutto va ricondotto a un concetto materialistico, mentre per un liberista il mercato è solo un’opportunità, un mezzo per migliorare condizioni socio economiche. Infine, tenta un affondo professorale, gigioneggiando sull’articolo da anteporre al termine Jihad e correggendomi. Sui primi due punti ho già risposto, sul terzo mi permetto di offrire al Prof. Mattioli uno spunto di doverosa riflessione.
Jihad è un concetto che in arabo corretto significa “esercitare il massimo sforzo”, fa riferimento ad una delle istituzioni fondamentali dell’Islam, ha un ampio spettro di significati, dalla lotta interiore spirituale per raggiungere una perfetta fede, fino all’accezione corrente, essenzialmente militare, di guerra santa. Riguardo agli insegnamenti dello Shaych Al Azzam, la jihad ha un’accezione offensiva e si riferisce all’obbligo di ogni maschio musulmano in età militare di attaccare chi costituisce un pericolo per l’Islam. In tutti i casi, afferisce a un termine tradotto di genere femminile, che deve essere obbligatoriamente preceduto dall’articola “la” e non, come erroneamente sostiene Mattioli, dall’articolo “il” che precede termini di genere maschile.
Assolutamente strumentale e irreale, infine, è tentare di attribuirmi la volontà di muovere guerra a tutti i musulmani. Converrà Mattioli, tuttavia, perché lo afferma lui stesso, che, accanto ad un 15 % di musulmani integralisti e un 5 % di illuminati riformisti, esiste un 80% di musulmani opachi, silenziosi che, tuttavia, non prendono formalmente le distanze dalle imprese criminali dei primi e questo è l’aspetto che maggiormente preoccupa.
Nessuno più di un comandante sul campo è consapevole dei rischi di un conflitto e della necessità di porre in essere ogni sforzo possibile per evitarlo. Da studioso, sono perfettamente convinto che, nel lungo termine, la violenza genererà altra violenza, tuttavia, dalla mia cultura cristiana, rammento sia il concetto di “porgi l’altra guancia”, sia quello, molto più comprensibile, “a Cesare quel che è di Cesare”. Essi sono soltanto in apparente contraddizione, ma in realtà si completano, agendo in diversa prospettiva temporale e contribuendo a formare un accettabile punto di vista.
Per comprendere e riportare il tutto a concetti accessibili, propongo questo banale esempio: ho di fronte a me un terrorista armato, pronto a uccidere innocenti in nome del suo credo perverso (rammento che papa Francesco ha affermato che uccidere in nome di Dio è una bestemmia), lui a casa ha un figlio che vive nell’indigenza e nell’assenza di prospettive migliori. Nell’immediato, devo necessariamente mettere il terrorista in condizioni di non nuocere e non posso usare né la dialettica, né la tolleranza. Nel medio termine, è necessario occuparsi del figlio del terrorista, per evitare che segua le orme scellerate del padre. In questo semplice scenario, si delineano le diversità dei compiti del politico e dei responsabili della sicurezza, da quelle dei professori. Da questi ultimi ci attendiamo progetti, idee, suggerimenti per prevenire un pericolo futuro e vorremmo tanto che fossero concretamente realizzabili.
Nell’attesa, forse, si dovrebbero ponderare, con grande umiltà, critiche non equilibrate verso chi tenta di spiegare l’orrore che ci circonda e verso coloro, perlopiù sconosciuti, che si sacrificano per non far spengere definitivamente la luce della civiltà, in nome di un dio omicida di massa. Per notizia, caro Professore, ho scritto “dio”, intendendo il dio invocato da qualsiasi pazzo, in minuscolo e non per errore.
Raffaello Federighi



