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Maltrattata sulla sedia a rotelle, l’ex: “Eravamo abbandonati”

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Viterbo - Tribunale

Viterbo – Tribunale 

Viterbo – “Dovevo fare tutto io. Ho lasciato anche il lavoro per accudirla. L’assistenza domiciliare veniva solo ogni tanto. Praticamente, eravamo abbandonati”.

E’ imputato per maltrattamenti sull’ex compagna malata di sclerosi multipla, ma parla come chi ha vissuto un calvario in prima persona. Lui, quarantenne, ha cercato di spiegare al giudice Rita Cialoni quanto la vita sia diventata difficile quando la madre dei suoi figli è finita su una sedia a rotelle e l’ha denunciato per le botte, le umiliazioni, le offese continue tipo “inutile” e “handicappata”. Abbastanza per non farla sentire più una donna, ma un peso. 

Ieri, in aula, ha raccontato l’aria pesante che si respirava in casa negli ultimi anni di convivenza con l’ex compagna in un paese della provincia, dal 2010 al 2013. “Mi occupavo di tutto, non la lasciavo un attimo – si è difeso ieri pomeriggio, in aula -. Per prendermene cura ho dovuto smettere di lavorare: facevo l’autista, ma con lei in quello stato non potevo più permettermi trasferte all’estero. Quando è nato il nostro secondo figlio, tre anni fa, le ho detto che non avrei più avuto lo stesso tempo di prima per accudirla. Da lì, ha cominciato a pretendere e a fare ripicche: mi faceva preparare pranzo e cena e poi non toccava cibo. La sua tensione amplificava la mia e la situazione in casa era ingestibile”.

Problemi economici. Problemi di salute. Problemi familiari, perché la famiglia si spacca: la coppia vive praticamente da separata in casa. Da un lato, lei e l’insofferenza per quella sedia a rotelle che le impedisce di essere autonoma; dall’altro, lui sempre più stanco. E solo. “Ero l’unico che poteva accudirla. Sono finito in tribunale per averle dato uno schiaffo. E’ stato un attimo di rabbia… mio figlio piccolo le era caduto dalle mani e piangeva. Le avevo detto mille volte di non prenderlo in braccio, perché era già capitato che si facesse male. Lei ha cominciato a urlare e a graffiarmi. Con quell’atmosfera in casa come potevamo non litigare? Chiedeva marijuana in continuazione, per alleviare i dolori della malattia. Gliel’ho piantata in giardino e ho preso una condanna a otto mesi. Le ho intestato una casa. Ci siamo dovuti trasferire perché nell’appartamento in cui vivevamo cadeva dalle scale… Di più, non potevo fare davvero. E nonostante questo, diceva che avrebbe fatto di tutto per mandarmi in galera”.

Davanti al giudice, ieri pomeriggio, hanno parlato anche tre testimoni della difesa: un amico di famiglia, un carabiniere e l’educatrice del figlio maggiore della coppia, oggi 15enne. Il giudice ha accolto la richiesta della difesa (rappresentata dall’avvocato Guido Conticelli) di ascoltare il ragazzo, testimone di tante liti tra i genitori. La sentenza a febbraio.


“Sei un’inutile handicappata, che campi a fare?”

 


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