Viterbo – Aspettava l’autobus per andare al lavoro. Non aveva scorta né auto blindata Mario Amato, il giudice ucciso dal terrorismo nero nell’80.
La sua vita finiva una mattina di giugno, a Roma. Un colpo alla nuca per fermare un magistrato che indagava in completa solitudine sull’eversione neofascista. Aveva 42 anni, due figli piccoli, 600 fascicoli sulle spalle e tanto lavoro da fare per continuare a svelare le trame dell’estremismo di destra, intrecciate con la banda della Magliana.
La sua morte fece alzare i calici a Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, marito e moglie, ex terroristi dei Nar accusati di aver partecipato alla strage di Bologna, a poco più di un mese dall’omicidio Amato.
Da ieri, il tribunale di Viterbo ha un’aula a lui dedicata: quella della Corte d’Assise. La più grande del palazzo di giustizia viterbese, dove si celebrano i processi più delicati.
Lo ha voluto il presidente Maurizio Pacioni, collega di Amato al ministero del commercio con l’estero, negli anni in cui nessuno dei due aveva ancora tentato il concorso in magistratura.
“Una persona onesta e modesta. Siamo rimasti in contatto anche dopo… Lui ha superato il concorso prima di me. Si era accorto del pericolo, ma non ha fatto in tempo… Volevo che il tribunale di Viterbo portasse una traccia del suo ricordo e del suo impegno”.
Tra gli applausi dei magistrati del civile e del penale e degli impiegati del palazzo di giustizia, il presidente ha scoperto la targa della nuova aula Mario Amato. Vittima del terrorismo.





