Viterbo – “Se non si rispetta innanzitutto sé stessi, il rispetto per gli altri diventa un atteggiamento ipocrita, una mera captatio benevolentiae, una sorta di esibizionismo buonista che interpreta il politicamente corretto in modo gratuito e superficiale”.
Ho ritrovato in un mio vecchio notes questa frase, tradotta alla bell’e meglio, che Tahar Ben Jelloun, noto scrittore e romanziere franco-maghrebino, pronunciò durante una conferenza qualche anno fa.
Credo che si adatti molto bene a certi episodi per così dire “negazionisti” del Natale, che tanto hanno colpito recentemente l’opinione pubblica; presidi che aboliscono le celebrazioni natalizie, insegnanti che le trasformano in feste dell’inverno, sacerdoti che rinunciano a portarle nella scuola.
La polemica ovviamente è divampata ancora una volta (rinasce ogni anno all’approssimarsi delle feste natalizie); il succo della questione sarebbe che per rispettare la supposta sensibilità di certe minoranze si finisce per fare strame delle proprie tradizioni e quindi della propria identità culturale.
Di certo, non si tratta di scelte sollecitate dalle minoranze religiose, tutt’altro. Allora, viene inevitabilmente il sospetto che in molti casi si tratti di strategie ispirate da certi ambienti “laicisti”, che usano il politically correct per condurre le loro battaglie anticlericali, gli stessi che impedirono a papa Ratzinger di tenere un discorso alla Sapienza, con tanti saluti al rispetto voltairiano del pensiero altrui e allo scambio culturale delle idee…
Ma c’è veramente da scandalizzarsi?
Il Natale cristiano ce lo siamo giocato da un pezzo: festa del consumismo più spinto, i cui segnali si vedono dalle pile di panettoni che già a fine ottobre fanno bella mostra di sé nei supermercati; con gli alberi di Natale che si vendono almeno sei volte più dei presepi; con la corsa alla vacanza sulla neve o ai Caraibi e chissenefrega della messa di mezzanotte. Natale è già da un pezzo vissuto come una “festa di fine anno”, una “festa dell’inverno”, una “festa dell’albero”, un “periodo vacanziero”.
Nelle pubblicità si vedono bambini che attendono avidamente Babbo Natale, mica il Bambinello… C’è una battuta scherzosa che circola in questi giorni: “La frase più diffusa sotto Natale è: batterie non incluse”. Temo che non sia solo una barzelletta: bambini e adulti aspettano solo di aprire il pacchetto sotto l’albero, altro che “Notte Santa”…
Mi viene da ridere a ricordare mio nonno che, con fare burbero, sentenziava: “Chi non è credente, a Natale dovrebbe lavorare!”. Ma no, Natale c’era anche prima di Gesù Bambino, era una festa pagana che gli antichi Romani dedicavano al Sole che risorge e i Celti all’Albero, e che i cristiani, per non turbare troppo le tradizioni, trasformarono in festa della Nascita di Gesù. Senza contare che, per i cristiani, la festa più importante non è il Natale, bensì la Pasqua (ma hanno commercializzato pure quella…).
Insomma, che l’interpretazione cristiana del Natale sia in regresso, che arretri nei centri commerciali, nelle famiglie e nella scuola, appare inevitabile. Non è che i cristiani a scuola cerchino di praticare il rispetto nei confronti delle altre fedi, arrivando a minimizzare il Natale, è che cominciano a scarseggiare i cristiani, quelli veri. Così, quando per un insegnante il Natale è ormai sinonimo solo di albero, luci multicolori, babbo natale, renne, cenone e regali, diventa quasi naturale trasformarlo in una festa “diversa”, anzi si guarderà fiero allo specchio per aver praticato con spirito laico e progressista il politically correct.
Identità cristiana, identità europea: la gente – specie gli intellettuali – al massimo ne bisbigliano, preoccupati di non rivelarsi troppo attaccati a certi valori, che appaiono demodé e persino divisivi… Con il bel risultato di regalarli a neofascisti e leghisti, che si scoprono cristiani solo a giorni alterni, oggi pronti a difendere il Bambinello, ieri a respingere in mare chi fugge dalla guerra e dal sopruso.
Ma d’altronde, quando l’Europa ha rinunciato a mettere a fondamento della sua cultura e della sua identità i valori giudaico-cristiani, ha fatto una scelta: così, diventa retrogrado, politicamente scorretto, e forse persino ridicolo lamentarsi che i bambini scrivano letterine interessate a quell’ instancabile vecchietto, obeso e forse mezzo brillo (visto il naso rosso..), piuttosto che a Gesù Bambino, E poi, via: se non ci fosse Babbo Natale, avremmo un sacco di gente senza lavoro, nanetti e renne compresi, una moltitudine di islamici frustrati e moltissimi non credenti indignati.
“Silent night, holy night, Son of God, love’s pure light….”: cantatela a bassa voce, comunque mai in luoghi pubblici; può essere compromettente, magari pure offensivo. Meglio canticchiare “Tu scendi dalla stelle, o re del Cielo…”: tutto sommato qualche bambino potrebbe intravederci un avenger alieno costretto a nascondersi in una grotta, e reclamarne il pupazzetto snodato della Hasbro nella letterina a Babbo Natale.
Auguri di Buone Feste.
Francesco Mattioli


