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“Nemmeno questo papa crede in Dio”

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Ronciglione - Paolo Villaggio al Cubo festival

Ronciglione – Paolo Villaggio al Cubo festival 

Ronciglione - Paolo Villaggio al Cubo festival

Ronciglione – Paolo Villaggio al Cubo festival 

Ronciglione - Roberto Torelli, Alessandro Giovagnoli, Italo Leali

Ronciglione – Roberto Torelli, Alessandro Giovagnoli, Italo Leali 

Ronciglione - Il sindaco Alessandro Giovagnoli

Ronciglione – Il sindaco Alessandro Giovagnoli 

Ronciglione - Paolo Villaggio al Cubo festival

Ronciglione – Paolo Villaggio al Cubo festival 

Ronciglione - Il sindaco Alessandro Giovagnoli e Italo Leali

Ronciglione – Il sindaco Alessandro Giovagnoli e Italo Leali 

Viterbo – “Vi do un consiglio, non invecchiate mai. E’ una rottura di coglioni. Maledizione”.

Era su una sedia con l’inconfondibile caffettano, una sciarpa bianca al collo e scarpe comode quando il sipario del Cubo festival si è alzato mostrandolo al pubblico. Paolo Villaggio, intervistato da Roberto Torelli, ha parlato di sé e non solo.

Ha dato consigli ai giovani, affrontato temi come la violenza sulle donne, la religione e terrorismo. Con una chiara la malinconia in faccia, ha ragionato sullo scorrere del tempo. Poi ha ricordato Fantozzi con l’aiuto delle immagini degli sketch più famosi proiettate su uno schermo.

Un boato in sala alla scena della corazzata Potëmkin. Del resto, quel timido ragioniere impacciato ha plasmato umori e comportamenti del paese. Ha creato un mito. Un personaggio nel quale chiunque, almeno una volta nella vita, si è rispecchiato. Sentendo il peso di quella nuvola nera sopra la testa.

“Sono contento di essere qui – ha esordito Villaggio -. Ci sono due aspetti nel vivere in un piccolo centro, uno è che i giovani vivono abbastanza tranquilli. Il mio consiglio per loro, però, è quello di scappare via. Andate a Parigi, sì anche a Parigi, nonostante quello che è successo, continuate a vivere la vostra vita là. L’Italia, negli ultimi anni, si è impoverita culturalmente.

A Roma non c’è più il teatro, tranne il Sistina che, diciamoci la verità, fa avanspettacolo. Andate a vivere in Inghilterra o Francia – ha detto rivolto ai ragazzi in sala -. C’è, però, anche un aspetto positivo nello stare qui e cioè che è più facile invecchiare”.

Sullo sfondo sono quindi passate le scene in banco e nero di Villaggio che racconta gli anni di lavoro in una ditta a Genova. “La cosa poi scioccante è che penso di esser stato sempre vecchio, anche allora, e mi dà fastidio per cui cercate disperatamente di non invecchiare. È una rottura di coglioni, vi giuro. Rivendendomi, ho un senso di profonda nostalgia. Maledizione. Come era più bello essere più giovane”.

Un’intervista non convenzionale in cui è stato praticamente impossibile seguire una scaletta. Villaggio prendeva spunto da ogni sensazione che faceva riemergere in lui ricordi e riflessioni immediati. “Ho vissuto larga parte della mia vita come una belva feroce di sinistra in cui consigliavo al paese di diventare come l’Albania o l’Ungheria, perché credevo che lì ci fosse la felicità. L’infelicità sta nello scorrere del tempo. Lei per esempio – ha detto Villaggio a un ragazzo in prima fila – crede in Dio? Beh, se ci crede allora preghi perché i meno giovani ritornino indietro”.

Quindi Torelli, riprendendolo, ha sottolineato: “Lei però resterà nel tempo e sarà sempre come era nelle immagini dei suoi film”.

E Villaggio tuonante: “Non mi frega niente di rimanere nel tempo, voglio rivivere quel periodo della mia vita. Sto per compiere 83 anni. Purtroppo. Le cose sono cambiate e faccio dei conti su quanti anni potrò ancora stare qui. Il conteggio mi dà fastidio. Leggo delle notizie sul 2040 e so che non ci sarò. Vorrei fare uno scambio, sono nato troppo in anticipo e vorrei rinascere tra tremila anni“.

E Villaggio sa gia come immaginarsi. “Mi piacerebbe essere di sesso ambiguo, perché ora la sessualità si vive in maniera volgare e traumatica. In Italia negli ultimi tempi ci sono dei “bizzarri” che, per le corna della moglie o dell’amica, la accoltellano. Nel nostro paese, non viene a mancare il denaro, ma la cultura. Ci sono ora famosi scrittori e scrittrici che sono ormai animali che vanno scomparendo. Io, per esempio, rileggo sempre Kafka”.

Un autore a cui Villaggio deve molto, così come grande importanza, nella sua vita, ha avuto l’amicizia con Fabrizio de André per il quale ha scritto il testo di Carlo Martello.

“Non sia una commemorazione, però – ha specificato Villaggio -. Io sono qui. L’unica cosa è che vorrei esserci tra duemila anni. Lei per esempio – ha detto riprendendo l’intervistatore – cosa cambierebbe della cultura del paese tra duemila anni”. E Torelli: “Il dna degli esseri umani”. Villaggio senza nemmeno farlo finire: “Non dica stronzate – lo ha ripreso -. Si deve cambiare la possibilità di capire il perché di tutto. L’origine di tutto. Nel mondo cristiano cattolico europeo manca la fede in qualcosa di credibile. Questo papa, che usa un linguaggio elementare, è ben visto e dicono che cambierà le cose. Ma, per me, non cambierà nulla, perché sono sicuro che nemmeno questo papa crede in Dio”.

E ancora sull’attualità. “Quelli del terrorismo, sono assassini e basta. Hanno ereditato una strana e curiosa fede, che poi è anche assassina, dicendo che chi uccide un cristiano va nel paradiso islamico. Il Vangelo, invece, se non negli atti degli apostoli, non fa un minimo accenno a quello che è il dopo vita”.

Spesso è tornato il ragionamento lo scorrere del tempo. “La cosa che più mi ha impressionato è come si invecchia rapidamente. Io credevo allora, quando vedo le immagini dei miei film e degli spettacoli, di essere molto simile a come sono adesso. Maledizione. Se vi posso dare un consiglio – ha detto al pubblico – è quello di lasciare la sala e rinnovare il nostro incontro tra due mila anni”.

Si è iniziato poi a parlare del ragioniere Ugo Fantozzi. “Era personaggio che doveva far sorridere, la figura dell’uomo non del tutto riuscito. Prima, la gente mi ringraziava perché gli ricordava un vicino o uno zio. Ultimamente, invece, soprattutto le giovani donne mi ha fatto capire che il mio personaggio le ha aiutate a non sentirsi isolate nella loro incapacità a essere competitive. Insomma, una terapia abbastanza utile”.

Parole corredate sempre dalle immagini del passato come quelle del debutto in “Quelli della domenica” del 1968. In sala, tante le risate, in contrasto con l’impassibilità del maestro. “Non le trovo divertenti, ma consumate. Stra viste. Non fanno più ridere. Il problema è che oggi la televisione ha consumato tutto in maniera intensiva e prova a prevedere anche il futuro. Lo stesso accade sui giornali in cui spesso l’articolo di fondo in prima è scritto in sanscrito.

Come nel Fatto quotidiano, in cui io  salto la prima e vado direttamente in terza, dove, però, le notizie sono fatte di tragedie, mariti che accoltellano le mogli perché si sono permesse di fare occhi da pesce. Allora, ecco, io non capisco certi intellettuali di sinistra che fingono di capire quale sia la medicina per salvare l’Italia. Poi parlano di football e alla fine… tutti a parlare di fica”.

Affrontato anche il problema della timidezza. “La mia derivava da un tipo di educazione famigliare in cui la sessualità era proibita. Il Villaggio più vero, quello impacciato, l’ho covato per 12 anni poi ho fatto un tentativo di dichiarazione d’amore. Si iniziava sempre aspettando sul muretto della scuola che la ragazza passasse. Io non avevo il coraggio di proferire parola. Sono passati 4 anni e, alla fine, le ho chiesto se potevo accompagnarla a casa. Lei mi disse che non era pronta. Quindi c’ho riprovato in seguito, dicendole che forse non se n’era accorta, ma che pensavo di essere innamorato di lei. La sua risposta? Fu un no lapidario. Alla fine è stata lei a prendere l’iniziativa.

I veri vincenti erano i timidi, perché il loro atteggiamento rassicura e suscita gratitudine, mentre l’aggressione è la tecnica più sconsigliabile. Chi non è timido, dunque, finga di esserlo. La dichiarazione del timidi è dolce e più vicina alla sessualità femminile. Col mio modo di fare, ho incontrato comunque una donna evoluta, che a un certo punto si è rotta i coglioni, e mi ha chiesto un bacio. Non credevo fosse possibile: la sensazione del calore delle labbra, l’odore di una persona che degenera in matrimonio e in alcuni casi finisce con… l’accoltellamento”, ironizza.

Tanti i modelli a cui Villaggio si è ispirato. Su tutti Chaplin. “Ho ereditato le polpette da Chaplin – ha detto riferendosi alla scena “Tu mancia” di “Fantozzi contro tutti” proiettata poco prima -. Faceva sempre ridere, perché aveva tempi comici perfetti e io l’ho copiato in maniera ignobile. Altri grandi comici sono, per me, Stanlio coi suoi comportamenti di bambino di 5 anni e Olio, il grassone. I tre più grandi comici che lo spettacolo abbia mai avuto. Anche se Chaplin aveva il difetto di essere troppo sentimentale, mentre gli altri e due erano più asessuati”.

Sensibilità che in molti hanno ritrovato anche in Fantozzi. “Non ho mai pensato di far commuovere, ma solo biecamente di fare il clown per far ridere”.

Sulle collaborazioni e le amicizie avute nella sua carriera. “Arbore è la spalla più spalla che ci sia con una stranissima capacità di far diventare divertenti anche quelli che non sono molto comici. Filini (Gigi Reder) era comico di per sé e spesso faceva ridere anche più di Fantozzi. Sordi riusciva solo a essere comico e non faceva mai piangere per il cinismo romano che annullava il sentimentalismo. Era solo perfido e cinico. Lui come Totò hanno avuto lo svantaggio di non essere “esportabili” all’estero, perché una volta doppiati avrebbero perso la loro vena. Anche Gassman era straordinario, ma non come Tognazzi che per me resta il migliore”.

Paola Pierdomenico


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