Viterbo – A mitraglietta per cinque minuti, per difendersi dalle tante accuse della procura.
Per la prima volta Paolo Gianlorenzo, già direttore di Nuovo Viterbo Oggi, dice la sua sulla macchina del fango, l’inchiesta che da anni lo vede coinvolto come indagato di punta insieme all’ex assessora regionale all’Agricoltura Angela Birindelli.
Ieri mattina, all’udienza preliminare a porte chiuse, ha voluto rendere dichiarazioni spontanee davanti al gup Stefano Pepe, parlando soprattutto delle tentate estorsioni che il pm Massimiliano Siddi gli contesta. Quattro in tutto, nei confronti di Francesco Battistoni (vicecoordinatore regionale Forza Italia), Piero Camilli (sindaco di Grotte di Castro), Roberto Angelucci (editore e imprenditore della sanità) e del gruppo degli ormai ex collaboratori minacciati di licenziamento se non avessero acconsentito a ridursi lo stipendio.
“Ho detto semplicemente: o rinunciamo a qualcosa tutti o andiamo a casa – ha spiegato Gianlorenzo in aula -. Se contestano la tentata estorsione a me, a uno come Marchionne che dovrebbero fare? Quello su Camilli, di ‘ammazzarlo’, come avrei detto durante una riunione di redazione, era semplicemente uno sfogo. Non mi pare di essere stato consequenziale: sfido chiunque a trovare indizi in tal senso”. La guerra con Battistoni, per il giornalista, nascerebbe da un articolo non a sua firma dove il vicecoordinatore regionale Fi veniva schernito. E, infine, Angelucci, cui Gianlorenzo, secondo l’accusa, avrebbe chiesto un posto a “Libero” o al “Nuovo corriere viterbese” in cambio della sua promessa di tenere un profilo basso sul coinvolgimento dell’imprenditore nell’inchiesta Asl: “Non è vero. E’ il fratello di Angelucci che, insieme a Tajani, ha chiesto la mia testa a una riunione con Diaconale: voleva mandarmi via dall’Opinione di Viterbo e alto Lazio perché non scrivessi più sull’inchiesta Asl”.
Per l’avvocato Carlo Taormina “un vero e proprio attacco alla libertà di stampa, considerando che Gianlorenzo aveva scoperto che una figlia del giudice Salvatore Fanti lavorava alla Asl e Fanti era lo stesso giudice che doveva decidere sulla richiesta d’arresto per Giuseppe Aloisio, direttore generale della Asl fino al 2009”.
L’avvocato Franco Taurchini, che in questa indagine difende la collega di Gianlorenzo Viviana Tartaglini ma assiste il giornalista in molte altre vicende, sostiene che “è tutto un castello dalle fondamenta di vetro: anche le accuse più lievi sono fragili e Gianlorenzo ha spiegato”. Un’altra, tra le tante: la detenzione di arma per il tirapugni in redazione, “ricordo di una vecchia inchiesta per il Corriere di Viterbo su una rissa tra militari e civili”, secondo Gianlorenzo.
Che le fondamenta dell’inchiesta siano fragili, l’accusa proprio non lo pensa. Ieri mattina, il pm Siddi ha chiesto il rinvio a giudizio degli otto indagati, Birindelli compresa, non presente in aula. Per il magistrato, le intimidazioni in particolare a Battistoni, anche via sms, restano gravi, come anche le campagne stampa violente spiegate nelle intercettazioni come “metodo Ciarrapico”: uccidere e trattare. Qualcosa di diverso dal giornalismo, secondo la procura, e cioè utilizzare informazioni per scopi più personali che professionali, come la presunta tentata concussione, contestata a Gianlorenzo in concorso con un funzionario dell’Agenzia delle entrate, per aver rivelato a un notaio di un prossimo controllo dell’ente. Motivo: consentire al giornalista di ottenere uno sconto su un atto.
Mezz’ora di requisitoria circa, seguita dagli interventi dei legali di parte civile di Regione Lazio, Battistoni e Camilli. L’avvocato Enrico Valentini, che assiste Battistoni e Camilli, chiede per Battistoni, il più colpito dal tritacarne mediatico, un risarcimento da un milione di euro. Camilli, se otterrà qualcosa, lo darà in beneficenza.
A febbraio, parola alle difese e al giudice, per decidere sul rinvio a giudizio.
Stefania Moretti




