Viterbo – “Otto anni volati. Viterbo è stata più faticosa di quanto pensassi, ma credo di aver fatto tutto in maniera imparziale. Rifarei tutto dall’inizio alla fine”.
Alberto Pazienti non ha rimpianti. Il capo degli inquirenti viterbesi lascia oggi la procura di via Falcone e Borsellino certo di aver fatto tutto il possibile, anche se con pochi uomini – “ma preparatissimi” – e un organico amministrativo ridotto all’osso.
“Eravamo cinquanta. Siamo rimasti in venti. L’anno prossimo non ci saranno segretarie per tutti i sostituti procuratori. Il personale che lascia non viene sostituito. Andiamo avanti col sacrificio di chi resta, ma non so quanto potrà durare. Al mio successore dico: in bocca al lupo”.
Le domande al vaglio del Csm sono trenta: trenta magistrati hanno fatto richiesta di prendere il suo posto. Compreso il pm di Viterbo Franco Pacifici. Il collega romano Paolo Auriemma. Il sostituto procuratore alla Corte d’appello di Roma Andrea Vardaro. Una prima scrematura la farà la quinta commissione del Consiglio superiore della magistratura che sottoporrà i suoi nomi al plenum del Csm. Pazienti fu scelto all’unanimità.
74 anni, magistrato da quando ne aveva 26, arriva a Viterbo nel 2008. Tanti incarichi e diversi: tre anni in Pretura a Milano, cinque a Frosinone, poi a Roma come giudice istruttore, “figura scomparsa – ricorda -: un po’ inquirente, un po’ giudicante”. Gip fino al ’97, poi sostituto procuratore generale, infine procuratore capo.
Esce dalla Sapienza di Roma con una tesi di laurea sulle nazionalizzazioni in Italia e impiega appena due mesi per capire che, nella vita, non avrebbe mai fatto l’avvocato.
“Entrò una signora anziana nello studio legale in cui facevo pratica – racconta -. Mi mostrò un foglio, un documento che riguardava il figlio militare e che era una proposta di applicazione dell’amnistia. La tranquillizzai e la rimandai via. Presi una strigliata dal titolare dello studio perché dovevo farmi spiegare per filo e per segno cos’era successo e dirle che avrei risolto il problema. La mia parentesi come praticante avvocato è finita lì. La sera stessa ho detto ai miei che avrei tentato il concorso in magistratura: fatto nel ’65 e superato tranquillamente, ma si ammalò il presidente ed entrai solo nel ’67. Tant’è vero che manca l’annata del ’66 in magistratura. Sembra ieri…”.
Come ha trovato la procura di Viterbo al suo arrivo?
“Funzionava. Certo, il numero di dipendenti era superiore prima. Non abbiamo più un dirigente di cancelleria, né personale per la contabilità. Dal 2016 la procura avrà due magistrati in meno: oltre a me, il collega Renzo Petroselli. Non si può lasciare a lungo una procura come questa, già sotto con l’organico, senza due magistrati. Idem per il tribunale. La giustizia è diventata un palliativo: serve per i giornalisti che se la fanno per conto loro in televisione, molto più veloci nelle sentenze di condanna, che poi magari non corrispondono a quelle reali. La giustizia è così lenta che la televisione fa prima. Il contrario di quando c’era ‘Un giorno in pretura’, che parlava di processi già fatti nelle aule di giustizia”.
Il rimedio qual è?
“Abolire l’udienza preliminare. Il problema è il codice dell’89, in vigore tuttora: un codice che praticamente non prevede processi con più di due persone. Forse in Finlandia può funzionare, ma non da noi, anche solo per la burocrazia delle notifiche”.
E la lentezza nelle iscrizioni delle notizie di reato? Anche così si allungano i tempi.
“Dipende dalla carenza di organico. Le denunce sono tante, il personale poco. Prima avevamo tre impiegati in ufficio. Ora uno. Ho dovuto sopperire come ho potuto”.
Com’è andata a Viterbo?
“E’ stata più faticosa di quanto pensassi. Abbiamo fatto tante inchieste: reati contro la pubblica amministrazione, associazioni a delinquere, omicidi, rapine. Io mi sono occupato di acquisire quei pezzi di patrimonio artistico che erano stati sottratti. Per molti beni c’è speranza che possano essere recuperati”.
Un’indagine a cui è legato?
“Intanto, una scena che non dimenticherò mai: l’omicidio-suicidio ad Acquapendente. Una delle immagini più raccapriccianti che abbia mai visto. Se chiudo gli occhi, a volte, mi sembra di vedere un film… Poi l’omicidio di Gradoli. Mi dispiace di non essere riuscito a trovare i corpi di madre e figlia per dare loro un’adeguata sepoltura. E mi è dispiaciuta anche la scarsa attenzione mediatica nazionale: mi ha dato come una sensazione di razzismo nei confronti di queste due vittime moldave. Penso ancora che qualcosa non sia stato scoperto. Eventuali complici o favoreggiatori. Abbiamo trovato e analizzato il fuoristrada troppo tardi: sono ancora convinto che Paolo Esposito (condannato all’ergastolo in via definitiva, ndr) se ne sia servito per trasportare i corpi”.
E l’inchiesta Asl? Alle ultime udienze del processo si è parlato molto di politica. La sensazione è che vi siate fermati ai piani bassi…
“Ci siamo fermati dove siamo arrivati. Più su, non si poteva salire: c’è uno sbarramento. Arrivi fino a lì, ma poi non trovi un collegamento. Per dimostrare certe presunte tangenti vanno seguiti i flussi di denaro o deve parlare l’interessato. Ma l’interessato normalmente nega di averle prese, quindi…”.
Quali sono le emergenze investigative a Viterbo?
“Le infiltrazioni mafiose non ci sono. Ci sono i mafiosi. E i collaboratori di giustizia, mandati qui come in ogni città tranquilla. Non so quanti sono: la procura non ha un elenco a disposizione. Non ne siamo messi al corrente, vengono informati solo i vertici delle forze dell’ordine. Parenti di collaboratori si trasferiscono e, a volte, trasferiscono un’intera attività ma oltre questo non siamo andati. Abbiamo monitorato costantemente una vera e propria attività mafiosa come il deposito di rifiuti tossici, in virtù delle tante cave sparse per la provincia”.
Cosa le mancherà della sua vita da procuratore capo?
“Non saprei. Per me non era l’ambizione della vita, ma una scelta che ho fatto finita la mia esperienza in procura generale. Ero legato a Viterbo: avevo amicizie a Ronciglione, ero stato a San Martino quando è nata mia figlia per farle respirare l’aria buona della montagna. Poi sapevo che il nonno di mio nonno aveva sposato una ronciglionese. Uno studioso di Aprilia aveva fatto una ricerca…
Che c’entra Aprilia?
“Ci ho vissuto i miei primi tre anni. Gli anni della guerra. Mia madre era incinta e mio padre pensava che ad Aprilia saremmo stati più sicuri, ritenendo che gli alleati sarebbero sbarcati a nord di Roma. Invece sono sbarcati ad Anzio, a 18 chilometri da Aprilia, poi sono andati verso Roma passando per Aprilia: siamo scappati sotto i bombardamenti per tornare a Roma, che nel frattempo era stata liberata. Studiando il mutamento della città di Aprilia da agricola a industriale, questo studioso ha incrociato anche la famiglia Pazienti, ma non abbiamo conferme delle mie origini ronciglionesi: non abbiamo trovato i registri del 1800. Sono comunque cittadino onorario di Ronciglione”.
Cosa spera di aver lasciato ai suoi colleghi?
“Non lo so… sono tutti preparati e maturi. Mi auguro di aver lasciato loro un po’ di riflessione”.
Cosa farà adesso?
“Niente. L’unico incarico che posso accettare è quello di consulente sportivo per la Roma (la sua squadra del cuore, ndr)… Sto scherzando. Credo che resterò un altro anno qui: voglio girare tutti i posti della provincia che non ho ancora visto”.
Stefania Moretti


