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Auto incendiate, pestaggi e ritorsioni: 29 indagati alla resa dei conti

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Operazione Mamuthones - Salvatore Medde

Salvatore Medde

Operazione Mamuthones - Giovanni Medde

Giovanni Medde

Operazione Mamuthones - Gavino Medde

Gavino Medde

Operazione Mamuthones - Giuseppe Medde

Giuseppe Medde

Operazione Mamuthones - Mario Tatti

Mario Tatti

Operazione Toro Loco - Le armi sequestrate ai Medde nel 2009

Operazione Toro Loco – Le armi sequestrate ai Medde nel 2009

Operazione Toro Loco - Le armi sequestrate ai Medde nel 2009

Operazione Toro Loco – Le armi sequestrate ai Medde nel 2009

Operazione Toro Loco - Le armi sequestrate ai Medde nel 2009

Operazione Toro Loco – Le armi sequestrate ai Medde nel 2009 

Viterbo – Ritorsioni di ogni tipo: auto incendiate, porte di casa bruciate, calci, pugni e minacce di morte.

E’ la galassia “Toro loco”, l’operazione che nel 2009 fece finire in manette quattro fratelli, aprendo poi lo scenario dei pestaggi in discoteca. Adesso gli indagati sono 29 e aspettano di sapere come andrà a finire.

L’udienza preliminare è fissata per oggi. Davanti al gup Francesco Rigato inizierà la discussione e, quindi, la fase in cui il pm Massimiliano Siddi e i difensori tireranno le somme. Difficile che la decisione del gup sul rinvio a giudizio arrivi in giornata. Difficile anche completare la discussione in una sola udienza, vista la mole di indagati e di fatti contestati. 

I quattro fratelli arrestati nel 2009 sono vecchie conoscenze delle forze dell’ordine, finiti nei guai anche di recente: Gavino, Giovanni, Giuseppe e Salvatore Medde, di origini sarde ma residenti a Ronciglione da più di vent’anni, sono stati arrestati nel novembre 2014 in un’altra imponente inchiesta della procura viterbese: l’indagine “Mamuthones”, sulle razzie notturne in campagna con furti anche da decine di migliaia di euro a notte. Hanno patteggiato tutti e quattro: non erano in grado di sostenere un processo senza correre il rischio di condanne ben più gravi.

“Toro loco” parte dalle dichiarazioni di uno degli indagati, Ivan Massari. E’ lui il grande accusatore che racconta ai carabinieri di Ronciglione fatti che riguardano i Medde e tutta una serie di altre persone, compreso se stesso. Scattano gli arresti per associazione a delinquere finalizzata all’estorsione, al traffico di sostanze stupefacenti, al recupero crediti con metodi violenti, causando ferite con armi da fuoco e da taglio. Poi, mesi dopo, si aggiunge il filone dei pestaggi in discoteca. 

Il tribunale del Riesame ritiene Massari inattendibile e scarcera tutti, a una settimana dal blitz. Lo psichiatra nominato dal tribunale di Viterbo ha definito “il grande accusatore” socialmente pericoloso e con un vizio parziale di mente. In pratica, non era completamente in sé al momento della collaborazione con gli inquirenti. Un dato che, per la difesa dei Medde, rappresentata dall’avvocato Marco Russo, può compromettere l’intero castello accusatorio.

Nel fascicolo, c’è di tutto. Cinquanta capi di imputazione che raccontano di ritorsioni sistematiche: auto incendiate, porte di casa bruciate, calci, pugni e minacce di morte alle vittime. Azioni anche su commissione di mandanti identificati e non.

“Regolatori di conti”: i Medde e Mario Tatti – arrestato anche lui nel nel blitz Mamuthones e fresco di condanna a quattro anni -, insieme a Massari, avrebbero fatto da intermediari persino in questioni di eredità familiare. Chiamati per far ritirare denunce o estorcere denaro coi mezzi dell’intimidazione. E’ il caso dei colpi d’arma da fuoco esplosi contro una casa di riposo o della macchina incendiata di uno spacciatore che avrebbe fatto concorrenza nel traffico di droga a Ivan Massari e Gavino Medde.

Le intercettazioni dei buttafuori, coinvolti nell’inchiesta in una seconda fase, hanno svelato rapporti stretti con alcuni poliziotti, da cui è nato un altro processo tuttora in corso.

Tante accuse. Tanta carne al fuoco per una vicenda non ancora arrivata a processo ma che già perde pezzi, causa prescrizione, dopo mesi e mesi di rinvii per notifiche mancanti o errate. Destino comune a molti maxiprocessi viterbesi.


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