Viterbo – Gli aerei. Le bombe. Poi il suono della sirena.
Sono le 13,15 del 17 gennaio 1944. Novanta tonnellate di bombe distruggono piazza della Rocca e l’autorimessa Garbini. Muoiono centinaia di persone (fotocronaca – slide).
Settantadue anni dopo, Viterbo ricorda le sue vittime. Questa mattina, cerimonia religiosa nella chiesa di san Francesco, officiata dal vescovo Lino Fumagalli.
“L’indifferenza verso Dio è causa di conflitti”, dice il vescovo nell’omelia. Fumagalli ricorda poi sant’Antonio, nel giorno in cui la chiesa lo celebra. “Nella parola di Dio – continua – questo santo trova il senso della vita. Sostiene gli altri, prima donando i suoi beni ai poveri e poi iniziando a vive da asceta. Non smette, però, di essere al servizio degli altri. Impariamo da sant’Antonio a essere famiglia, chiamati a vivere con gli altri nella misericordia di Dio”.
Nella basilica di san Francesco, presenti anche il sindaco Leonardo Michelini e il consigliere provinciale Mario Quintarelli. Accanto a loro gli assessori Luisa Ciambella, Antonio Delli Iaconi e Giacomo Barelli. Nonché il consigliere Paolo Moricoli e una rappresentanza della polizia locale, dei vigili del fuoco e dell’associazione caduti dell’aeronautica militare. Al termine della cerimonia, deposta una corona d’alloro davanti al monumento di piazza san Francesco.
Nel bombardamento aereo del gennaio 1944, a opera delle truppe alleate angloamericane, la chiesa di san Francesco venne ridotta in polvere. Talmente danneggiata che le autorità volevano lasciarla allo stato di rudere. I frati, però, si opposero e con ferrea volontà riuscirono a ricostruirla. Tra questi, padre Giovanni Auda.
“Stiamo scavando da noi – scrive in una lettera datata 25 gennaio 1944 – con poche forze, poiché non c’è via di avere operai. Montagne di materiali che spaventano. Dato che nessuno provvede, essendo le tombe dei papi esposte a ulteriore deterioramento, siamo nelle mani di Dio”.
Nella chiesa, infatti, sono custodite le tombe di due pontefici. L’urna di Clemente VI e quella di Adriano V. La basilica venne riaperta nell’aprile 1953, dopo otto anni di lunga, sofferta e faticosa ricostruzione.
A Viterbo i bombardamenti terminarono il 9 giugno 1944. Le truppe di liberazione fecero ingresso in una città martoriata, ridotta a un desolato cumolo di macerie.
Migliaia i morti. Viterbesi, ma anche un centinaio di persone arrivate da Cassino. Sfollati in cerca di un riparo sicuro, si erano rifugiati nei sotterranei di palazzo del Drago. Sul ponte che porta al duomo, difronte al vecchio ospedale.
Lì, dove allora c’era una scuola, intere famiglie persero la vita. Abbandonate a sé stesse, non avevano nulla se non freddo e fame. In loro memoria, lo scorso anno, una targa è stata posta sul muro di quel palazzo. “Come fratelli – si legge – veniste accolti, ma le bombe vi diedero la morte”.
Vittime di quei bombardamenti, anche case e monumenti. Seicento le abitazioni rase al suolo. Altre trecento vennero gravemente danneggiate. Decine i monumenti distrutti. La Banca d’Italia in via Marconi, il duomo, la chiesa di santa Maria in Gradi, della Verità, dell’Ellera, del Paradiso, di sant’Andrea, di san Sisto, di san Giovanni in Zoccoli, di san Pellegrino. Ma anche porta Fiorentina, pratogiardino, il campo sportivo, l’aeroporto e l’istituto Paolo Savi.
Raffaele Strocchia





