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A Mammagialla “L’orologio di Monaco”

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Una scena del film L'orologio di Monaco

Una scena del film L’orologio di Monaco

Il carcere di Mammagialla

Il carcere di Mammagialla

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – L’idea di celebrare il Giorno della Memoria nasce in Italia con l’evento globale che, il 27 gennaio 2016, riunisce in questo particolare momento di attualità internazionale, persone di paesi e culture diverse, sparse nei cinque continenti, mediante le proiezioni pubbliche gratuite del film “L’orologio di Monaco”, promosse dagli Istituti Italiani di Cultura e Ambasciate nel mondo. Atene, Barcellona, Chicago, Colonia, East London, Istanbul, La Valletta, Lubiana, Madrid, Praga, San Francisco, Sydney, Strasburgo, Tel Aviv, Tokyo, Trieste sono tra le tante città dove la pellicola è stata scelta per celebrare questa ricorrenza internazionale.

La novità di rilievo di quest’anno vede come assoluta protagonista la città di Viterbo, capoluogo del Lazio, dove la pellicola sarà proiettata e presentata da Daniele Camilli e Claudio Mariani, del ‘Csc Centro per gli Studi Criminologici’, all’interno della Casa Circondariale di Viterbo per condividere i valori che questa ricorrenza porta con sé.

La casa circondariale di Viterbo, meglio conosciuta come “Mammagialla” dal nome della contrada dove è ubicata, è attiva dal 1993 ed è articolata su tre padiglioni all’interno dei quali possono essere ospitati 432 detenuti.

In un passato anche piuttosto recente la struttura è riuscita ad ospitare fino a 750 detenuti circa, con inevitabili criticità che l’organizzazione penitenziaria interna è riuscita comunque a gestire nonostante le comprensibili difficoltà; solamente grazie all’impegno e al senso di responsabilità di tutte le risorse coinvolte (agenti di polizia penitenziaria, educatori, personale istituzionale e associazioni di volontariato) la struttura non ha collassato.

“Oggi i detenuti ristretti – spiegano Rita Giorgi, direttore scientifico del Csc, e Claudio Mariani, coordinatore dipartimento di Criminologia e Sociologia della devianza del Csc ‐ Direttore del corso di Educazione al Diritto e Criminologia presso la C.C. di Viterbo – sono circa 440 e di questi circa il 50% sono stranieri. All’interno della struttura ci sono 2 campi sportivi, 1 teatro (250 posti), 2 officine (falegnameria, sartoria), 6 aule scolastiche, 2 piccole biblioteche, 6 palestre, 1 ludoteca (per i bambini figli dei detenuti durante le visite), un’area verde per i colloqui estivi.

La direttrice attuale è molto attenta e sensibile ai programmi di risocializzazione e reinserimento dei detenuti e nonostante l’assoluta mancanza di risorse finanziarie da parte del ministero e un numero di educatori effettivi assolutamente insufficiente, ricerca personalmente e favorisce ogni intervento esterno coerente con gli obiettivi in questione.

Su questi temi sono al momento impegnate alcune associazioni di volontariato le cui attività spaziano in diverse direzioni: l’Arci Solidarietà organizza laboratori teatrali, cineforum, incontri letterari; l’associazione Mediante organizza laboratori artistici e introduce alla cultura della giustizia riparativa; l’associazione Gavac organizza attività didattiche, laboratori di musicoterapia e film terapia, sostegno alla genitorialità, corsi di addestramento per cani, social skill training, interventi sulle dipendenze, percorsi di educazione alla legalità in collegamento con gli studenti dei licei della città; la Coop.va Zaffa forma i detenuti alle attività agricole.

Il ‘Csc’ è presente presso l’Istituto Carcerario grazie alla sottoscrizione di una convenzione finalizzata allo svolgimento di tirocini formativi a cui partecipano gli allievi dei suoi Master e Corsi di Alta Specializzazione».

La straordinaria pellicola è il racconto di un uomo che si fa racconto dell’uomo, un testimone delicato e prezioso del Novecento, alla ricerca delle proprie radici familiari e culturali, per capire, oggi, nel presente, lui stesso chi è. Si tratta di un affascinante viaggio nel mondo e nel tempo, un messaggio per le nuove generazioni.

Il film, prodotto dalla Vox Produzioni in associazione con l’Istituto Luce-Cinecittà, è tratto da una raccolta di racconti di Giorgio Pressburger che nel lungometraggio è anche il protagonista e la voce narrante.

Presentata nella selezione ufficiale del Festival Internazionale del Film di Roma e successivamente al Mittel Cinema Fest 2015, l’opera seconda di Mauro Caputo, riconferma la collaborazione con il regista/romanziere Giorgio Pressburger ai cui racconti il film si ispira, portando sullo schermo una famiglia centroeuropea in cui confluiscono i nomi dei più grandi protagonisti della storia degli ultimi due secoli: Marx, Heine, Mendelssohn, Husserl, Emeric Pressburger.

Scrittore, regista, intellettuale che come pochi riesce a raccontare con sapienza quel territorio fisico e immateriale che è stata (ed è) la Mitteleuropa, Pressburger rivive con intensa emozione, attraverso una ricerca che si intreccia tra presente e passato, i ricordi e le vicende umane che l’hanno portato a scoprire “cosa vuol dire veramente appartenere alla comunità umana dei vivi e dei morti”.

Nel film si possono vedere le immagini suggestive di alcuni luoghi della città di Trieste, ma anche quelle riprese nella vicina Slovenia o a Londra, insieme ai filmati di repertorio dell’Archivio Luce e al materiale video originale del regista Emeric Pressburger, gentilmente concesso per questo film dal regista scozzese premio Oscar, Kevin Macdonald, suo nipote.

E su tutto, la voce e la fisicità di un uomo (Giorgio Pressburger), protagonista di questo viaggio, la cui vicenda personale e familiare riesce magicamente a intrecciarsi con la memoria del nostro ‘900, evocandone storie, violenza, arte, passioni. Luoghi, colori, parole, memorie, che compongono un affascinante viaggio non solo di una vita, ma di una cultura.


Hanno detto dell’Orologio di Monaco

“Ho provato un forte rammarico al concludersi di questo film, quando la magica voce di Giorgio Pressburger e le complici immagini di Mauro Caputo hanno abbandonato lo schermo. Quella enorme quercia dalla chioma solenne sulla quale Giorgio, in cerca di se stesso, si è arrampicato per un incontro amorevole con quei suoi progenitori che hanno “fatto” il pensiero del nostro tempo, si è dissolta in una nebbia silente lasciandomi in uno stato di commossa riconoscenza”. Pupi Avati

“Un uomo va alla ricerca di coloro che, nei tempi e nei Paesi più diversi, hanno portato il suo nome – nome di persone famose o sconosciute, sparse nel mondo nell’erranza del popolo ebraico – e scopre che quei legami non sono soltanto legami vicini o lontani di famiglia, ma legami universalmente umani. La sua odissea e la sua ricerca percorrono un mare di dolore, di avventura, di indistruttibile pietas e tenerezza e diventano semplicemente una ricerca dell’umano e dunque di se stessi. Un racconto cinematografico intenso e struggente, forte e discreto, che fa parlare non solo gli uomini ma anche i paesaggi, le cose, le tracce degli uomini passati sulla terra”. Claudio Magris

“L’orologio di Monaco di Mauro Caputo conduce lo spettatore a condividere con intelligenza e partecipazione il mondo di ricordi e di riflessioni di Giorgio Pressburger, un mondo che si snoda attraverso mezza Europa e che incrocia personaggi celebri (da Heine a Mendelssohn, da Marx a Husserl al regista Emeric Pressburger, tutti legati ai suoi antenati) e persone comuni, momenti drammatici (Pressburger fuggì dall’Ungheria nel 1956, la sua famiglia subì le persecuzioni naziste) e pause di riflessione.

Ma questo viaggio nel tempo e nella memoria non ha mai l’arroganza o l’orgoglio di chi vuole trasformarlo in vanto ma piuttosto la dolcezza e la delicatezza di chi sa che «i miti ci visitano fino a che, a un certo punto, come sono nati, svaniscono».

La voce pacata di Pressburger e la sua figura quasi timorosa accompagnano lo spettatore tra i ricordi e gli «incanti» di un vita lunga e intensissima, a volte assumendo il tocco magico dell’orologio di famiglia che dà il titolo al film, altre volte lo sguardo incuriosito di chi «non ha mai trovato nessuna certezza ma non smette di cercare», conscio che alla fine ciascuno si rinchiuderà nella propria solitudine, «come era all’inizio degli inizi».

Costruito secondo i modi «tradizionali» del racconto ritmato dalla voce off, il film sa mostrare una inedita forza visiva dal forte impatto emotivo, capace di passare dal pubblico al privato con bella armonia e un fascino che è insieme segreto e quotidiano”. Paolo Mereghetti

CSC – Centro per gli Studi Criminologici, giuridici e sociologici – Viterbo


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