Viterbo – Non c’è tregua per i poveri lampioni ottocenteschi della città di Viterbo. Ancora oggi umiliati, modificati nel loro aspetto esteriore, e trattati alla stregua di moderni apparecchi illuminanti che usano il sistema elettronico Light Emitting Diode meglio conosciuto come Led.
Forse non tutti sanno che nel 1816, in tutta la città di Viterbo, esistevano soltanto 28 lampioni ad olio e “bambage”. Della loro accensione e del loro spegnimento se ne occupava tale Giacomo Zei. Per risparmiare olio, in tempo di carestia, seguendo l’interlunio, erano spenti e si sfruttava la luce lunare. Per la loro accensione e per il loro “smorzamento”, per evitare di salire sulla scala specialmente in giornate piovose e fredde, erano dotati di “braccioli”, ferri, catene e serratura al muro “per poterli serrare a chiave e ribassare” all’occorrenza. Il petrolio, poi, sostituì l’olio fino al 1874 quando anche per l’illuminazione pubblica s’iniziò ad usare il gas. L’illuminazione elettrica a Viterbo iniziò nel 1905.
I lampioni che oggi sono collocati a Viterbo in piazza della Rocca, destinatari del rifacimento “in stile” di cattivo gusto dei giorni scorsi, risalgono al XIX secolo e, originariamente, erano impiantati in piazza del Comune.
Si tratta, dunque, di beni culturali ancora una volta violentati a Viterbo. Fosse stato vivo il compianto tipografo Sauro Sorbini avrebbe già affisso un suo manifesto in linea con il famoso “Delitto in cattedrale” quando tanti anni fa, nella storica sala del Conclave del Palazzo dei Papi, furono fissate delle poltroncine in plastica da stadio con tanto di stop e fori trapanati a terra nel peperino medioevale.
Per i nostri storici lampioni di piazza della Rocca, che sono beni culturali a tutti gli effetti, in quanto “testimonianza materiale avente valore di civiltà”, secondo la nozione di bene culturale dettata dalla commissione Franceschini istituita a metà degli anni Sessanta, proprio non c’è pace.
Deve esserci la maledizione dei nostri antenati lucumoni etruschi. Peggio della cinipide e della mosca olearia messe insieme.
Antichi lampioni ottocenteschi, finemente lavorati da sapienti artigiani, trattati alla stregua di moderni e insignificanti porta lampade.
Per loro, infatti, non c’è stata una semplice sostituzione com’è avvenuto nelle scorse settimane in tutte le strade del centro storico: via le vecchie lanterne a gabbia con tanto di vetro e lampadine e al loro posto installate nuovissime lanterne a gabbia senza vetro e fornite di Led elettronici. Uno contro uno. Via il vecchio lampione e dentro il nuovo.
Purtroppo per gli storici lampioni viterbesi è stato riservato un trattamento diverso: sulle antiche e artistiche colonne di ghisa incise e decorate, ricavate circa un secolo fa da eccellenti maestri di fonderia, sono state impiantate, al posto dei globi di vetro e dei supporti esistenti, delle moderne e dozzinali lanterne in lamiera di ferro sottile, senza vetri, stile “elegance” identiche alle altre installate in città, funzionanti con i Led.
Un’operazione tecnologica e culturale, a dir poco trash, realizzata con un progetto illuminotecnico molto discutibile, comunque in contrasto con l’articolo 9 della Costituzione Italiana che recita: “La Repubblica […] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
Già, la Repubblica, attraverso le Regioni, Province e Comuni, dovrebbe tutelare i beni culturali e tutto il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Nella scelta di questi nuovi apparecchi illuminanti, e di tutti gli altri accessori, sicuramente non è stata contemplata nessuna valutazione della qualità dei materiali e del rifacimento “in stile” dei lampioni che risulta, allo stato pratico, piattamente imitativo, invasivo, deformante, senza precisi riferimenti stilistici.
Silvio Cappelli





