Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Riteniamo doveroso far conoscere la nostra verità, in qualità di Comitato promotore, su quanto è accaduto nella Sala Consigliare del Comune relativamente alla vicenda del Referendum comunale dell’acqua pubblica.
Lo dobbiamo ai cittadini che non erano lì.
Lo dobbiamo al nostro caro Franco Stornelli che raccoglieva firme mentre faceva la chemioterapia ( un esempio per tutti noi).
E lo dobbiamo soprattutto alle nuove generazioni che non dovranno essere private di quei diritti che la società si sta facendo strappare via uno ad uno, dentro una comoda rassegnazione di tanti di noi, da parte di una prepotente classe politica di bassa lega sprezzante della volontà dei cittadini.
Il primo tentativo di affossare il referendum è stato perpretato il 26/02/2016, a due giorni dalla scadenza per l’indizione, quando il presidente del Consiglio ha dichiarato che l’argomento non era all’ordine del giorno .
Le proteste di chi era in aula e di due consiglieri di opposizione hanno ottenuto il rinvio in commissione al giorno dopo, 27/02/2016, quando si è consumata una delle pagine piu’ tristi della democrazia nel Comune di Viterbo.
Il segretario generale, unico responsabile per il comune della conformità amm.va della pratica del referendum era assente, assente anche il sostituto del segretario generale .
Il presidente della commissione rende pubblico che manca addirittura una copia della pratica, chiusa a chiave nella stanza del segretario. Ricordiamo che le firme erano state depositate il 19/10/2016, quindi da oltre 4 mesi.
Ad un certo punto spuntano fuori dei pezzi di carta senza firma e senza protocollo chiamati dalla commissione “parere” . Di chi , non è dato sapere, visto che non sono firmati e cosa contengano neanche perchè non ne viene data lettura in aula.
Spunta fuori l’ipotesi della non conformità delle firme rese dal Comitato sulla base di questo “parere” non firmato anche se poi coloro che, in forma privata, hanno avuto occasione di leggerlo, riferiscono che parlasse di tutti altri argomenti.
Sulla questione delle firme, alcuni esponenti del Comitato fanno notare che non esiste parola all’interno dell’art .30 dello Statuto che preveda l’autenticazione e ribadiscono che tutte le firme raccolte sono state identificate attraverso gli estremi di documenti di identità validi e controllabili in qualsiasi momento da parte dello stesso Comune, rispettando modalità e termini prescritti.
D’altra parte nessun rilievo in merito è stato effettuato al momento della vidimazione delle schede da parte Comune.
Durante la sospensione, la consigliera Bizzarri, eletta con poco più di duecento voti, ha affermato che 3400 persone non sono sufficienti per rappresentare 60.000 cittadini, disconoscendo ( o non conoscendo ?) quanto contenuto sempre dall’art 30 dello Statuto Comunale che dispone la necessità di sole 3000 persone individuate ai sensi dell’art. 23.
La cosa più grottesca, pero’, è stata per noi la scelta di non assumersi neanche la responsabilità di bocciare il Referendum ma di rinviare la Commissione a data da destinarsi, sapendo che la scadenza per l’indizione del Referendum era il giorno dopo e per giunta di domenica.
Un patetico teatrino architettato su di un cavillo tecnico dove neanche lì si sono presi la responsabilità di decidere , tutto ciò per evitare la vera discussione, quella politica : gestione pubblica o privata?
Se, pero’ la nostra analisi vi sembra errata o pretestuosa , rilanciamo subito al Comune una possibilità di riscattarsi:
il referendum è scaduto, ma la possibilità di deliberare non scade.
A noi servivano 3000 firme, a voi basta una sola delibera.
Se non è vero quello che abbiamo detto sin qui, se non volete calpestare la volonta’ di quei 3460 cittadini, abbiate il coraggio di aprire una discussione in consiglio e, in coerenza con quello che propagandavate in campagna elettorale, deliberate!
E’ arrivato il momento di mostrare la faccia!
Comitato Non ce la beviamo
