Viterbo – Un parto senza doglie e senza travaglio. Pochi minuti in bagno per espellere quella che sarebbe stata sua figlia, se solo fosse sopravvissuta.
I periti del tribunale di Viterbo hanno parlato di “parto precipitoso” ieri, per descrivere il modo in cui è venuta al mondo la bimba prematura di 7 mesi il 2 maggio 2013, a Viterbo, in un appartamento al quartiere San Faustino.
Lei, 27enne romena, è accusata di omicidio e occultamento di cadavere, insieme all’infermiere che, con una ricetta falsa, l’avrebbe aiutata a procurarsi l’ossitocina per indurre le contrazioni. Un piano studiato per disfarsi della piccola, secondo il pm Franco Pacifici, titolare dell’indagine partita quando la madre, tre anni fa, arrivò al pronto soccorso con un’emorragia, dopo aver gettato il feto in un cassonetto dell’immondizia. Gli agenti della squadra mobile lo trovarono dentro una busta, in uno dei secchioni in via Agostino Solieri, al quartiere del Carmine.
In apertura di udienza preliminare il gup Salvatore Fanti dispose una perizia collegiale: tre esperti per ricostruire la piccola vita del feto. E soprattutto, se si potesse parlare di feto vivo al momento del parto. Assolutamente sì: per la neonatologa Ernesta Marando, il ginecologo Emilio Moreschi e il neurologo e medico legale Fabrizio Fea il feto ha respirato e l’inizio della vita coincide col primo respiro.
La bimba aveva un trauma sulla parte sinistra della testa, probabilmente dopo aver sbattuto contro il water mentre veniva al mondo. Ma non sarebbe questa la causa della morte, dovuta invece, secondo il medico legale Bacci, consulente della procura che ha eseguito l’autopsia, a una sofferenza fetale collegata alla nascita prematura e all’assenza di cure dopo il parto: in ospedale probabilmente si sarebbe salvata. I periti l’hanno definita sana, priva di malformazioni, del peso di poco più di un chilo, come ogni feto intorno alle 28 settimane.
Della donna non c’è più traccia. Uscita dal carcere di Civitavecchia è tornata in Romania. Da quel giorno, neppure i suoi legali Samuele De Santis e Maria Antonietta Russo hanno più avuto notizie di lei. A Viterbo, lavorava in un night ed è al night che avrebbe conosciuto l’infermiere viterbese finito nei guai con l’accusa di averla aiutata.
Per la difesa, non è ipotizzabile l’omicidio: secondo i difensori, si sarebbe trattato al massimo di un aborto fuori dai termini e dalle condizioni previste dalla legge 194 del ’78. Processualmente fa tutta la differenza del mondo: l’omicidio è punito con l’ergastolo (la pena diventa trent’anni nel rito abbreviato, scelto dalla 27enne); l’aborto in violazione di legge con massimo tre anni di reclusione.
A fine settembre, la discussione.
Stefania Moretti



