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Neonata uccisa e gettata tra i rifiuti, parola ai periti

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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Feto nel cassonetto - La busta in cui era stato infilato il corpicino della neonata

Feto nel cassonetto – La busta in cui era stato infilato il corpicino della neonata

Feto nel cassonetto - La polizia sul posto

Feto nel cassonetto – La polizia sul posto

Feto nel cassonetto - La busta in cui era stato infilato il corpicino della neonata

Feto nel cassonetto – La busta in cui era stato infilato il corpicino della neonata

Feto nel cassonetto - La polizia sul posto

Feto nel cassonetto – La polizia sul posto

Viterbo – Nata e morta in pochi minuti, nel bagno di una casa al quartiere San Faustino. Poi messa nella busta di un negozio di abbigliamento e gettata tra i rifiuti.

Era il 2 maggio 2012 quando gli agenti della squadra mobile di Viterbo trovarono un feto femmina di sette mesi in un cassonetto di via Solieri. La bambina era morta. In arresto, finì la madre, all’epoca 24enne, di nazionalità romena, accusata di essersi disfatta della piccola dopo aver indotto il parto con il Cytotec. Farmaco prescrittole da una ricetta che un infermiere, suo conoscente, arrestato anche lui, le aveva procurato. Sono indagati entrambi per omicidio volontario e occultamento di cadavere.

Oggi, in udienza preliminare, parola ai periti del tribunale: l’estate scorsa il gup Salvatore Fanti (andato in pensione a fine 2015 e sostituito dalla collega Savina Poli) aveva incaricato una neonatologa, un neurologo e un ginecologo di stendere una perizia sulla brevissima vita del feto, dal primo respiro all’ultimo. Una questione delicata – la 27enne madre della bimba e l’infermiere che l’avrebbe aiutata a disfarsene sono indagati per omicidio volontario e occultamento di cadavere – e di fine ingegneria giuridica. Per spostare l’asse dell’accusa dai reati di procurato aborto a infanticidio a omicidio bisogna risalire precisamente al momento della nascita e della morte. Ma la pena varia sensibilmente: dai tre anni in caso di aborto al di fuori dei casi previsti (il consultorio o l’ospedale), ai 4-12 anni dell’infanticidio, fino all’ergastolo in caso di omicidio volontario.

E’ l’accusa ipotizzata dal pm Franco Pacifici, confermata dalla Cassazione dopo un lungo braccio di ferro con il gip di Viterbo e i difensori della giovane madre e dell’infermiere, Samuele De Santis e Maria Antonietta Russo. 

Dopo l’udienza di oggi sarà il momento di tirare le somme: la madre ha già chiesto di essere processata con rito abbreviato, ottenendo in caso di condanna lo sconto di un terzo della pena. La sentenza, per lei, arriverà alla prossima udienza, mentre l’infermiere, che ha scelto il giudizio ordinario, sarà processato davanti alla Corte d’Assise di Viterbo in caso di rinvio a giudizio.

Chiusa, intanto, l’inchiesta su un altro caso di parto indotto col Cytotec nella Tuscia. Indagata una 29enne capoverdiana per un tentativo di interruzione volontaria non protetta della gravidanza. La donna era all’ottavo mese quando, a marzo dell’anno scorso, fu soccorsa dai carabinieri di Monterosi dopo la segnalazione di un parente. Oltre al Cytotec la donna aveva assunto una gran quantità e varietà di farmaci, sembrerebbe con intenti suicidi. La bambina, nata con un cesareo d’urgenza fortunatamente senza conseguenze, le è stata riaffidata dopo una lunga battaglia al tribunale dei minori. Ora aspetta l’udienza preliminare.


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