Viterbo – Centinaia di studenti ricordano la Shoah assieme a Piero Terracina, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz.
Ad organizzare l’incontro di ieri mattina al complesso universitario di San Carlo a Viterbo, il Dipartimento di studi storico-filosofici (Distu) dell’Università degli Studi della Tuscia.
Con Piero Terracina, la prorettrice Anna Maria Fausto, il direttore del Distu Giulio Vesperini, il professore di storia contemporanea Leonardo Rapone e la studiosa della Shoah Elisa Guida.
Distu che lo scorso anno fece richiesta delle “Pietre d’inciampo” posate poi ai piedi della casa a Porta della Verità di tre ebrei viterbesi deportati nei campi: Vittorio Emanuele Anticoli, Bruno Di Porto e Letizia Anticoli.
Terracina racconta la deportazione agli studenti dell’Università e degli istituti superiori viterbesi attraverso i suoi ricordi e la sua testimonianza diretta di uno sterminio che costò la vita a 11 milioni di persone, sei milioni gli ebrei.
“Siamo stati cacciati, venduti per 5mila lire e deportati – ha detto Terracina – Deportati nei campi di sterminio, luoghi costruiti con criteri scientifici per assassinare le persone. Un inferno dove c’erano i demoni, le SS, i dannati e i caronti che traghettavano migliaia di esseri umani dal mondo dei vivi al mondo dei morti”. “Non si moriva solo nei campi – ha poi aggiunto – ma anche durante il percorso per arrivarci, di fame e di sete, con il pianto dei bambini e le invocazioni. E quando si ha sete si perde la ragione, qualcosa di veramente terribile Nell’indifferenza di tutti, senza che nessuno fece niente di fronte alla tragedia”.
Piero Terracina racconta anche del fascismo e degli italiani complici dello sterminio e del nazismo: “Italiani in piazza ad esultare per una dichiarazione di guerra, senza pensare che in guerra si muore”.
Racconta infine un episodio che gli è capitato di vivere proprio nel viterbese, a Soriano nel Cimino dove da bambino il medico lo aveva spedito per respirare un po’ di aria buona rispetto a quella romana. Ma la famiglia Terracina restò poco a Soriano, cacciata da un comandante dei carabinieri che li costrinse a ritornare nella Capitale perche gli ebrei non potevano stare in luoghi dove insistevano siti militari di importanza strategica. Quel luogo “così importante” era solo il carcere del Castello.





