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Viterbo troppo vicina a Roma per brillare

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo - Palazzo dei papi

Viterbo – Palazzo dei papi 

Viterbo – Viterbo esclusa fin dall’inizio, e vabbé… ce ne siamo fatti una ragione. Ma sull’intera vicenda della designazione delle città capitali della cultura italiana – Mantova per il 2016 e Pistoia per il 2017 – qualche riflessione ulteriore va fatta.

La prima constatazione riguarda il politically correct, questo meccanismo che da garanzia etica si sta trasformando in uno strumento oppressivo di retorica conformista per cui se non segui determinati canoni sarai sempre fuori dal giro.

Nel senso che non conta il patrimonio artistico monumentale, non contano gli appuntamenti classici della storia, e non conta neppure il taglio faraonico del progetto.

L’iniziativa “Capitale italiana della cultura”, come si leggeva nel bando, era non solo volta a sostenere l’autonoma capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura, ma evdientemente era necessario insistere – oltre che su creatività, innovazione e crescita – soprattutto su interventi che inducessero a recepire in maniera sempre più diffusa il valore della cultura per la coesione sociale e l’integrazione senza conflitti. Le sottolineature sono mie, ma riguardano parole che si ritrovano nel testo del bando, e come chiaramente riguardano il richiamo a questioni apparentemente più sociali che culturali.

Riflettiamo un momento: Matera, designata capitale europea della cultura perché ha saputo trarre dagli elementi della marginalità e dell’arretratezza l’occasione per il riscatto simbolico di un intero mezzogiorno d’Europa; Mantova ha insistito molto sui legami internazionali e sulla integrazione complessiva del suo territorio in un’unica strategia culturale, coinvolgendo altri quattordici comuni; Pistoia vince perché ha saputo non solo relazionarsi con il territorio, avviando un forte partenariato di sistema anche a livello internazionale, ma ha curato soprattutto la “partecipazione associativa”.

Le vere parole d’ordine, dunque, sembrano essere – oltre all’internazionalizzazione che è il mantra dell’europeismo – integrazione, partecipazione, associazionismo. Che sono oggi, a ben vedere, anche i concetti che la filosofia del politically correct associa ad un significato di cultura che si allontana sempre più da una visione estetizzante e per certi versi elitaria del bene artistico e storico e si avvicina maggiormente al senso anglosassone – ma anche gramsciano – che la concepisce come patrimonio di significati costruiti collettivamente.

Non dobbiamo dimenticare peraltro, in questa concezione “sociopolitica” della cultura, che nelle dieci finaliste è stata preferita a Viterbo perfino Terni; evidentemente è stato apprezzato lo sforzo taurino di una città, bollata per un secolo come “industriale”, di rifarsi un’identità culturale e terziaria.

E non dimentichiamo, ancora, che se è ovvio che le capitali della cultura vanno scelte tra città di medie dimensioni (sennò i premio pendolerebbe tra Firenze, Roma, Napoli, Milano e Venezia) oltre al “bene culturale”, e forse più di esso, deve essere presa in considerazione l’”azione culturale”, meglio se – in tempi tanto conflittuali – vocata all’inclusione sociale.

Così, a posteriori, si possono trarre degli insegnamenti. Il sottoscritto, che ha fatto parte dell’èquipe che ha allestito il Progetto di Viterbo, deve riconoscere che, evidentemente, occorreva pensare ad un diverso modo di proporre cultura; certo, c’era nel Progetto viterbese anche un forte richiamo alla cultura popolare, ma era solo un elemento minore in un quadro troppo pieno di sé.

A volte, riconoscere gli errori – non solo del sottoscritto, beninteso, che su certi aspetti si è dovuto “adattare” – e soprattutto individuare quali sono le soluzioni corrette, può essere un buon viatico non solo per migliorare e prendere coscienza di sé, ma anche per radunare le forze in vista di nuovi tentativi.

Probabilmente Viterbo ha sbagliato a puntare su papi e riformatori, intenti a costruire più i valori che il tessuto sociale dell’Europa; sugli etruschi, che nonostante certi sforzi sono ancora concepiti sostanzialmente come dei pittoreschi alieni; su forme d’arte che strizzano più l’occhio all’avanguardia che al senso comune; su una liaison con Avignone che per ora lavora soprattutto in prospettiva; su una posizione strategica sulla Via Francigena più “trovata” che “cercata”: insomma su una cultura relativamente “còlta” e su un turismo che è più richiamo che accoglienza coinvolgente.

A ricostruire la storia delle “capitali italiane della cultura” (non dimentichiamoci che nel 2015 furono nominate Perugia, Siena, Ravenna, Cagliari e Lecce) si nota comunque la preponderanza dell’asse centrosettentrionale, con un occhio di riguardo per alcune eccellenze meridionali accuratamente distribuite tra peninsulari e insulari. La Toscana si ritrova due capitali in due anni; forse sarà la regione più attiva sul piano della cultura, ma è chiaro che qui si tratta soprattutto di una capacità politica consolidata di trasformare il “culturale” in “sociale” e il “sociale” in “politicamente corretto”.

Tutto ciò, a parte alcune incursioni “dovute” nel meridione, potrebbe condurre ad una vera e propria “ipoteca” di certe regioni sul Premio: Toscana innanzitutto, ma anche Umbria, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, guarda caso quelle regioni che ospitano le città più avanti nelle graduatoria sulla qualità della vita in Italia (Il Sole 24 Ore, Italia oggi, Legambiente). E questo potrebbe avere una conseguenza non secondaria: l’allargamento del gap con le altre città impegnate in uno sforzo di crescita culturale e l’esclusione di quei centri non abbastanza “centrosettentrionali” nelle loro politiche culturali, o non abbastanza “meridionali” da essere oggetto di cura da parte del politicamente corretto.

Viterbo – come altri centri laziali usciti con le ossa rotte dal primo screening del Premio nel 2015 – potrebbe allora cadere in questo imbuto: troppo vicina a Roma per brillare, forse incapace per ora di gestire in modo “social” e avanzato un nuovo modo di concepire la cultura, non abbastanza meridionale per ottenere “concessioni di credito” sulla parola.

Francesco Mattioli

 


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