Viterbo – (s.m.) – Non hanno risposto alle domande del gip.
Gaetano Formicola e Giovanni Tabasco, i due 21enni napoletani ritenuti i killer del 18enne Vincenzo Amendola, non hanno proferito parola, ieri mattina, davanti al gip del tribunale di Viterbo.
L’interrogatorio di garanzia al carcere Mammagialla è durato una manciata di minuti. Il tempo di annunciare la propria intenzione di restare in silenzio. Senza fornire neppure un minimo di collaborazione nelle indagini sull’omicidio di Amendola, amico di tutti e tre i suoi presunti assassini. Anche di Gaetano Nunziato, 23 anni, il primo a finire in manette dopo il ritrovamento del corpo del ragazzo, sotterrato in un campo abbandonato nel quartiere San Giovanni a Teduccio, alla periferia di Napoli.
La zona è dominata dal clan Formicola. E il movente dell’omicidio è la vendetta: Vincenzo si era macchiato di una relazione con la moglie del capoclan. Un’offesa che il ragazzo ha pagato con la vita, la notte tra il 4 e il 5 febbraio. Il corpo è stato ritrovato il 19: la fossa era diventata la cornice dei macabri selfie degli studenti di una scuola locale. Anche due dei tre giovani arrestati si sarebbero immortalati davanti alla tomba scavata per Vincenzo. Per scattare quella foto, avrebbero usato il telefono della vittima.
Secondo Repubblica, Nunziato si è consegnato spontaneamente alle forze dell’ordine per paura di essere ucciso dal figlio del boss: i familiari gli avrebbero detto di scegliere tra il carcere e la vita. Lui ha scelto il carcere, diversamente dai cugini Tabasco e Formicola, finiti in cella loro malgrado, dopo il tentativo – riuscito per un po’ – di far perdere le loro tracce.
Affiliati al clan Formicola, per più di un mese sono stati latitanti, trovando rifugio probabilmente all’estero per un periodo prima di arrivare al casale viterbese. Gli investigatori non escludono che, in un primo momento, i due 21enni possano essersi imbarcati per la costa meridionale della Spagna, ospitati da conterranei residenti tra Barcellona e Palma di Maillorca. All’estero sarebbero arrivati in traghetto o in auto; difficilmente in aereo, anche se avevano documenti falsi di ottima fattura.
Sicuramente, per sfuggire alla giustizia per un mese, hanno potuto contare su una fitta rete di fiancheggiatori. Due, trovati all’interno del casale sulla Cassia Sud dalla squadra mobile, sono stati denunciati per favoreggiamento. Sono entrambi napoletani. Uno aveva preso in affitto il casale-rifugio da qualche tempo.
L’indagine è della Direzione distrettuale antimafia. Al blitz della cattura, martedì, hanno partecipato venti uomini delle squadre mobili di Napoli e Viterbo. Un’operazione senza sbaffi: i poliziotti sono entrati contemporaneamente dalle porte e finestre del casolare, per non dare modo ai camorristi di reagire e bloccare, al tempo stesso, tutte le entrate e le uscite.
Tabasco e Formicola non hanno risposto al giudice. Non hanno chiesto la scarcerazione. Non faranno ricorso al tribunale del Riesame. “Aspetteremo l’udienza – si limita a dire la difesa -. E’ una nostra strategia”.



