Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – La burocrazia era stata pensata come uno strumento di progresso, in grado di garantire una positiva terzietà statuale, rispetto alle forme organizzative basate sull’arbitrio e sull’esercizio individuale e dispotico di un potere personale, disponendo il potere in mano alla legge.
Già nel secolo precedente, però, erano emerse delle carenze del sistema burocratico che era stato accusato di rigidità, lentezza, incapacità di adattamento, inefficienza, inefficacia, lessico difficile o addirittura incomprensibile (il cosiddetto burocratese), mancanza di stimoli, deresponsabilizzazione, eccessiva pervasività, tendenza a regolamentare ogni minimo aspetto della vita quotidiana.
Tali fenomeni dipendono strettamente da elementi intrinseci al modello burocratico, che tende ad espandersi per perpetuare ed aumentare il proprio potere, erodendo al contempo le responsabilità individuali.
Queste incrostazioni storico-funzionali in Italia si sono aggravate, diventando vera e propria emergenza burocratica, a causa di aspetti peculiari di una classe politica tesa alla continua ricerca del consenso elettorale a tutti i costi. Agli inizi degli anni ’90, il sistema dei partiti, incapace di proporre politiche attive, atte a favorire l’occupazione, pensò bene di utilizzare la pubblica amministrazione come strumento per creare posti di lavoro sottopagati, ma che garantissero il consenso – tanto a nessuno interessava l’aumento del debito pubblico.
Ma ogni qualvolta si incrementa l’organico pubblico è necessario giustificarlo con la “creazione” del carico di lavoro degli uffici: ecco allora spiegato l’aumento delle procedure, spesso su interpretazione dell’ufficio, sfruttando la farraginosità della legge alla quale si fa riferimento.
Con il processo che va sotto il nome di “Mani Pulite”, la burocrazia si sostituì alla politica nel momento decisionale: il potere di firma del provvedimento passò dal politico che ricopriva l’incarico al dirigente dell’ufficio. Contestualmente si fece strada una strategia tendente a rendere sempre più complessa e meno chiara la macchina burocratica statuale, con l’emissione di continue circolari e relativi chiarimenti, con la sovrapposizione di competenze di più uffici statali sulla stessa materia, con la produzione, attraverso gli uffici legislativi, di norme continuamente modificate che a loro volta fanno riferimento ad altre norme delle quali abrogano o integrano aspetti particolari.
Questa modalità operativa è riuscita ad escludere completamente il cittadino come soggetto attivo del sistema statuale, obbligandolo, sistematicamente, ad andare a farsi interpretare, a pagamento, la norma.
Negli anni, ogni qualvolta che la demagogia politica ha parlato di semplificazione si è assistito ad una aumento delle procedure, con il conseguente impulso alla corruzione definita “dei colletti bianchi”, che se ne sono ben guardati dal far approvare leggi che immettessero nel nostro codice altri istituti in grado di combattere questo sistema corruttivo-concertativo. Mentre la politica si accontentava delle dichiarazioni, la burocrazia continuava a gestire il bilancio pubblico ai vari livelli.
Sul finire dell’ottocento tre filosofi italiani, Mosca, Pareto e Michels, nell’analizzare i comportamenti ed il ruolo delle élite, denunciarono il rischio del peso che la burocrazia avrebbe assunto: un potere spersonalizzante, monolitico, in grado di inficiare la democrazia stessa, creando privilegi inediti e bloccando l’economia.
Max Weber, a sua volta, intuì il pericolo quando denunciava che i grandi Stati nazionali moderni correvano il rischio di veder spossessati gli organi rappresentativi dallo strapotere burocratico. Entità così vaste necessitano infatti di strutture burocratiche molto articolate e invasive, così ramificate da diventare potenti e conservatrici. Il cittadino, nella società di massa, si trova così schiacciato, ridotto a un suddito formalmente titolare dei diritti civili.
Oggi, i rischi denunciati più di cento anni fa sono divenuti la nostra quotidianità di cittadini. Il Governo Renzi deve riuscire a limitare la burocrazia, evitando che continui ad invadere ogni aspetto della vita quotidiana ed economica.
Tutto è immobile, nulla è risolvibile, vivere e lavorare in questo Paese è diventato difficilissimo. La soluzione sembra non esserci, non esiste forza in grado di scardinare le resistenze cardaniche della giungla normativa e della incrostazione burocratica.
Il nostro primo ministro deve dimostrare che non vuole una classe dirigente che vive di politica o di finanziamenti pubblici, bensì una classe dirigente in grado di eliminare procedure inutili e dannose all’economia, riportando la burocrazia a svolgere il suo ruolo storico di razionalità, imparzialità e impersonalità a difesa dello stato.
Stefano Signori
Presidente di Confartigianato
