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In scena Celleno e i suoi fantasmi

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Antonello Ricci

Antonello Ricci

Il sindaco di Celleno con i protagonisti del filmato

Il sindaco di Celleno con i protagonisti del filmato

Il sindaco di Celleno con i protagonisti del filmato

Il sindaco di Celleno con i protagonisti del filmato

Pietro Benedetti

Pietro Benedetti

Il pubblico in sala per il filmato su Celleno Vecchia

Il pubblico in sala per il filmato su Celleno Vecchia

Antonello Ricci

Antonello Ricci

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Pietro Benedetti

Pietro Benedetti

Celleno – È stato colmato un vuoto. Almeno in parte, per un momento. “La memoria in scena. Vita, ricordi, racconti di Celleno Vecchio”. Una “storia spezzata” raccontata lo scorso fine settimana dalla Banda del Racconto in collaborazione con il Comune di Celleno e ACe20 s.r.l. nell’ambito del progetto “Celleno Senior Lab” finanziato ai sensi dell’Avviso pubblico Regione Lazio, Direzione Regionale Politiche Sociali. La narrazione di un mondo scomparso riconsegnato agli abitanti attraverso un film realizzato da Antonello Ricci, Marco D’Aureli, Pietro Benedetti e Daniele Camilli e proiettato al Palazzo della Cultura. A condurre la serata Antonello Ricci, con letture di Pietro Benedetti. Con loro, il Sindaco di Celleno Marco Bianchi, la vicesindaco Ylenia Proietti, Angelo Ciocchetti di Ace 20 e un centinaio di persone tra cui i protagonisti delle interviste.

“Tutte le emozioni – ha detto Antonello Ricci – tutti i ricordi e i sensi di colpa, ma anche i desideri e le gioie che ci hanno donato, spalancandoci le loro vite. Con un solo tema – Celleno Vecchio – spalancandoci un mondo. E noi abbiamo provato a dare una piccola forma alle suggestioni che sembravano più forti. Una città che è morta, ma che è ancora lì e si muove come fantasma nelle nostre vite. Immagini e voci colte in giorni in cui il vento spazzava il piano alla Piazzarella, subito dopo il cinema. Il vento è la vita che passa, l’oblio che seppellisce piano piano le cose che però nel cuore restano, anche se stanno a un livello più nascosto e remoto”.

In mezzo, le storie e i luoghi raccontati da uomini e donne che hanno visto Celleno quando era Celleno. Non rovine e macerie, ma vita pulsante. In piazza, sotto ai fili del telegrafo a pochi passi dove “stavamo quelle che aiutavano a fa nasce le fije”. “L’ostetrica? La ginecologa?” – prova a ribattere Ricci nel filmato di venti minuti – “No…la pe’…la pediatrice!”. La piazza “dove ballavemo come diavole…e ce semo ‘nnamorate”. Lungo via delle maestre e poi di fronte alla chiesa dove il 2 giugno 1946 viene assassinato, con una raffica di mitra sparata da un carabiniere, il comunista Pietro Appetito. Referendum monarchia/repubblica ed elezione assemblea costituente.

A guardar bene , ci sono ancora i fori dei proiettili. Il sangue è stato invece lavato via. Anche dal tempo, come tegole e materiali vari, le case vuote. Saccheggiato il tutto e rivenduto a ornamento di altre case, in altri luoghi. Mentre dal centro la gente, i contadini, se andavano verso le case con servizi migliori volute dal fascismo. Senza capire l’inganno che stava dietro a quel chilometro e mezzo di strada che ancora oggi li separa dalle proprie radici, dalla propria memoria. Vittime, complici e inconsapevoli, delle illusioni di una modernizzazione priva della benché minima programmazione, del benché minimo piano, ma – forse proprio per questo – capace di annientare una cultura millenaria priva di strumenti tali da farle intuire il pericolo.

“Tutto parte dalla volontà di riscoprire Celleno – ha spiegato il sindaco Marco Bianchi – Un centro che in meno di 30 anni è scomparso. Non c’è nemmeno memoria fotografica. Dobbiamo riprenderci quello che oggi è sotto i rovi e nella nostra memoria. Una scelta che ha innanzitutto un valore per gli abitanti di Celleno, poi una valenza turistica, offrendo anche noi quello che di bello abbiamo. Ed è fondamentale che tutto questo parta dalla nostra volontà”.

“Per il trentenne di oggi – ha concluso infine la vicesindaco Ylenia Proietti – Celleno Vecchio è il Castello. Al di là non c’è niente. Soltanto l’immagine di quello che fu. E’ l’utopia. La memoria storica, il racconto, il ricordo sono quanto di più prezioso ci è rimasto. Sono il nostro tesoro. Anche io avevo dei parenti che mi ero promessa di intervistare, anche per il discorso della guerra, ma non ci sono riuscita. Perché sembra sempre che ci sia tempo”.


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