Viterbo – (s.m.) – Accusava il padre di picchiarla. Di tenerla segregata in casa. Di spedirla in Pakistan per darla in sposa a un uomo scelto da lui. Rigorosamente musulmano come lui.
Ora non sembra più così convinta la ragazzina che, nel 2012, quando aveva 15 anni, denunciò i soprusi del padre, musulmano intransigente. I poliziotti la portarono via da un paese della provincia prima che accadesse il peggio. Il fratello le mandò un sms: “Non tornare a casa”, le scriveva; il padre aveva appena scoperto che la sua unica figlia femmina aveva un profilo Facebook. Per lui, un fatto a dir poco inaccettabile.
Lei, oggi 20enne, ha passato gli ultimi cinque anni in casa famiglia. Ascoltata ieri in aula al processo al padre per maltrattamenti, ritocca tutte le sue vecchie testimonianze. Forse per paura. O forse condizionata dal rapporto che, dopo anni, starebbe ricucendo col padre, anche se non vivono più insieme.
“Credo che potrebbe picchiarmi fino a uccidermi”, raccontava quattro anni fa all’ispettore Roberto Fortunati (tra i testimoni di ieri) e agli agenti della sezione reati su minori della squadra mobile. Oggi si giustifica: “Ero solo molto spaventata”. I pugni diventano schiaffi. Le botte, da gratuite, motivate. E lei se ne prende tutta la colpa: “Me la andavo a cercare. Facevo cose che lo facevano arrabbiare. Come fumare”. Ma la sua amica, ascoltata anche lei dal giudice Silvia Mattei, non ricorda di averla mai vista con una sigaretta in mano.
Quello che la ragazza non dice, lo raccontano i suoi conoscenti. La madre della sua amica – l’unica che le sarebbe stato possibile frequentare perché aveva i genitori musulmani – prende l’iniziativa di chiamare i servizi sociali e la questura. “Veniva a casa nostra con i lividi, una volta anche con l’occhio nero. Era una ragazza intelligente, seria, per niente ribelle: voleva solo vivere come tutte le ragazzine della sua età”. L’amica racconta che non poteva portare gonne, usare i social network, guardare la tv, frequentare ragazze e tantomeno ragazzi: “Doveva finire la scuola e sposarsi in Pakistan con l’uomo che avrebbe scelto il padre per lei: la sua vita era già programmata”. A dicembre parleranno i testimoni della difesa.
