Viterbo – Siamo negli anni ’80, luglio, a Tarquinia Lido.
Si polemizza con gli stabilimenti balneari che la sera mandano musica a palla nelle discoteche approntate sulla spiaggia, impedendo ai villeggianti che occupano le villette fronte mare di poter dormire.
Il riposo è sacro, argomentano quelli; il divertimento estivo, al mare, è sacrosanto, ribattono gli altri. Qualcuno si chiede: il Lido di Tarquinia deve avere l’appeal di Viareggio o garantire un’oasi di pace alle famiglie? Dubbi irrisolti, ma se vediamo le differenze che passano ancora oggi tra Tarquinia e Viareggio, possiamo immaginare chi abbia vinto.
Il dibattito poi è continuato anche lontano dalle spiagge, e ha coinvolto i centri storici. Esempio eclatante quello di Campo dei Fiori a Roma, dove la notte la piazza diventa una sorta di circo in cui si esercitano incalliti bevitori di birra, strafatti, compagnoni in allegria, voyeuristi ed esibizionisti di Youtube, lasciando poi un campo di battaglia sotto lo sguardo accigliato e vagamente scandalizzato della statua di Giordano Bruno (che pure era uno che di anticonformismo se ne intendeva…).
Il discorso si ripete in tante altre città, da Bologna a Parma, da Padova a Genova, da Napoli a Bari; specie dove c’è un centro storico un po’ eccentrico rispetto alla vita sociale e produttiva della Città. Come accade anche a Viterbo.
I giovani, come si appropriano della notte – lasciata libera da adulti e lavoratori, che hanno altri ritmi di vita – così si appropriano di quegli spazi che la società ha marginalizzato e trascurato, riusandoli e costruendovi in un modo o nell’altro, nuove forme relazionali. Vent’anni fa, se di sera ti aggiravi per San Pellegrino potevi sentire lo sciabordìo lontano di fontane e fontanelle, tanto c’era silenzio dintorno, ma avevi la sensazione che il quartiere fosse addormentato, se non morto; perché non è che lo scenario cambiasse poi molto, se ti avventuravi di giorno: non è che desse l’impressione di un ambiente gran che operoso, anche perché quattro quinti degli abitanti già allora lavoravano altrove.
E poi, una cosa va detta: non sembra che gli abitanti di San Pellegrino, tanto per dire, siano tutti indistintamente dei grandi amatori del loro quartiere. Certo, ci sono quelli che si sforzano di abbellire e rendere attraente l’ambiente, ma voglio ricordare che, ancor prima di lamentarsi di una movida becera e dannosa, l’opinione pubblica viterbese ha denunciato il parcheggio selvaggio – anche di giorno – davanti ai monumenti, l’immondizia e i materassi abbandonati per le vie, la mancanza di cura estetica delle facciate, sgretolate, fatiscenti, disadorne.
Non sono i tre giorni di San Pellegrino in Fiore che contano; non sono le serate si giugno di Caffeina con i tavoli di ristoranti improvvisati lungo le vie, a cambiare il quartiere e la sua atmosfera, ma tutto ciò che vi succede per il resto dell’anno… E tutto il resto dell’anno c’è quasi soltanto da scegliere fra un’inerzia assonnata o una isteria cafona.
Basterebbe fare il confronto con alcuni città storiche umbre e toscane – o con Avignone, visto che si anela al gemellaggio – per accorgersi del diverso atteggiamento dei cittadini – e dei residenti in particolare – verso il centro storico.
Allora, c’è un discorso diverso, forse, da fare rispetto all’uso – e allo sfruttamento – del centro storico viterbese. E’ sostanzialmente un discorso di maturità civica, che viene prima delle specifiche soluzioni. Esso va posto all’attenzione indistintamente di tutti i viterbesi, di tutti i fruitori di San Pellegrino, per ottenere risposta a questa semplice domanda: cosa ne volete fare di un centro monumentale di altissimo pregio storico e architettonico, della principale attrazione turistica della città?
Ci sono tante possibilità: un museo a cielo aperto? Una disneyland similmedievale? Il campo di battaglia di gesta sbracate? Un orinatoio pubblico? La quinta silente di un sonno epocale? Lo spazio privatistico di interessi personali? Un dormitorio, come tante periferie? Il teatro di cartapesta di rappresentazioni dell’effimero? L’arena di uno scontro generazionale? La prova provata dell’insipienza delle iniziative pubbliche e private? Oppure ambiente vivo e vivace, multicolore, ricco di diverse componenti sociali, o ancora, una preziosa attrazione turistica operosa che vive di vita propria in tutte le sfumature della postmodernità?
Certo, le proposte si affastellano una sull’altra. La buona volontà, i buoni esempi non mancano. Ma rischiano di apparire come dei rattoppi, scelte unilaterali che non risolvono la tenuta – e l’estetica – del vestito. Oltre tutto, qualcuna appare ridicola e inapplicabile, qualcuna irrispettosa dell’ambiente, qualcuna ingenua o ritualistica: il fatto è che così, difendendo gli interessi dell’uno o dell’latro, non si prende di petto il destino complessivo del quartiere. E questo destino non può essere né l’uno, né il suo contrario, ma una composizione di esigenze e vocazioni diverse che, prese una ad una e gestite saggiamente, possono concorrere tutte alla valorizzazione di San Pellegrino.
Il centro storico monumentale di Viterbo ha bisogno di protezione, di abbellimento, ma anche di essere vivo.
Altrove, in Francia e in Spagna, in casi analoghi, ci sono riusciti, pilotando un modello di gentrificazione che si apre a nuove opportunità, nuovi attori sociali, senza espellere gli abitanti originari, anzi chiamandoli a dare il loro contributo, e cercando di armonizzare le diverse esigenze e le diverse vocazioni. Ad esempio occorre una strategia generale che consenta la movida notturna- di cittadini d’ogni età – ma allo stesso tempo un ferreo controllo delle sue manifestazioni (così i migliori resteranno e i peggiori se ne andranno), e quindi – tanto per dire – occorre una discussione sugli aspetti contrattuali e sindacali dell’uso della polizia locale nelle ore notturne (gli unici a poter “costringere” all’educazione, altro che volontari in pettorina…).
Occorre offrire ai residenti delle opportunità, affinché il vivere a San Pellegrino non diventi una penitenza, fornendo parcheggi alternativi, servizi, facilitazioni e sgravi per commercianti e artigiani. E’ necessario che l’ornato del quartiere sia incentivato – ma in qualche caso anche anche “imposto” – con regole ben precise sulla manutenzione, sull’uso e sull’abbellimento di facciate, finestre e angoli delle vie.
E’ necessario, innanzitutto, che i cittadini – e non solo i residenti – maturino scampoli di senso civico, che siano partecipi di queste strategie e contribuiscano a realizzarle e magari anche a perfezionarle.
I problemi della convivenza si risolvono in due modi: con una prevenzione educativa, che fa maturare il senso civico nella popolazione, ma che abbisogna di tempo, di iniziative di lungo periodo volte a far prendere coscienza delle questioni. Nel caso della movida di San Pellegrino, ad esempio, interventi volti a rendere consapevoli gestori e giovani clienti della necessità di “governare l’eccesso” in un ambiente del genere, che non si presta a rave parties. Ben venga questo programma, significa che poco per volta crescerà la consapevolezza di tutta la città e soprattutto delle nuove generazioni. Ma c’è un’altra strategia da mettere in atto, e riguarda la necessità della prevenzione diretta, cioè della messa in opera di forme di controllo e di interventi coercitivi volti ad evitare e a scoraggiare atti e comportamenti incivili e irrispettosi del luogo.
Una società democratica, civile, non è il luogo dell’arbitrio, né dell’uno, né dell’altro: è il luogo delle regole condivise, del rispetto reciproco, della crescita collettiva, della consapevolezza. Quando si rivolge ai beni culturali, architettonici e monumentali, chiama tutti indistintamente alla loro protezione ma anche alla loro valorizzazione.
Movida a San Pellegrino? Ma certo, se è l’espressione vivace di una comunità intelligente ed espansiva. Ma nel rispetto dei luoghi e soprattutto senza cedimenti di sorta all’ignoranza e all’inciviltà.
Senza, tanto per dire, che al fine di impedire che quattro sporcaccioni orinino sui portoni, si debbano adornare gli scorci duecenteschi di San Pellegrino con i casotti dei bagni chimici (“toilette aggiuntive”?) , manco fossimo in un cantiere edile o alle scampagnate fuori porta del primo maggio.
Francesco Mattioli

