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“Perché Sollecito insiste a spiegare come è andata?”

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Rudy Guede

Rudy Guede 

Viterbo – “Se quella tragica notte Raffaele Sollecito non era in quella casa non capisco perché insista a voler spiegare come sia andata. E non capisco nemmeno perché io non possa tentare di difendermi e sostenere una battaglia per la mia innocenza come ha fatto lui”.

A dirlo, in risposta alle dichiarazioni di Sollecito apparse di recente sul periodico Giallo, è Rudy Guede, il ragazzo di 29 anni condannato in concorso per l’omicidio di Meredith Kercher, la giovane londinese uccisa a Perugia il primo novembre 2007 e detenuto al carcere di Mammagialla di Viterbo.

“La sentenza di Cassazione del 27 marzo 2015 – prosegue Guede – ha assolto definitivamente Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Non solo quindi sono innocenti, ma in base a quanto sostengono non erano neanche in quella casa. Pertanto non capisco l’esigenza di Sollecito di dire come sarebbero andate le cose. Inoltre, Sollecito sostiene che la Cassazione mi avrebbe condannato come unico omicida.

Nelle sentenze che mi riguardano questo passaggio non c’è. Anzi, la Cassazione conferma la sentenza precedente dove si afferma tra le circostanze attenuanti ‘il fatto che non fu lui (Rudy) ad impugnare il coltello’.

Nello stesso articolo apparso su Giallo – spiega Guede – si sottolinea che io sia un bugiardo ma su questo stesso tema vorrei ricordare che i giudici sostengono nella mia sentenza di appello che i miei due ex coimputati “…fornivano versioni diverse in data 2 e 5 novembre” e che “in sede di interrogatorio reso in corso di convalida del fermo, i due fornivano versioni ancora diverse”.

Anche nella sentenza di primo grado i giudici affermano che “… hanno reso versioni obiettivamente non suffragate da riscontri oggettivi e non verosimili”. Infine, Sollecito sostiene che io stia infangando il suo nome. Nome che non ho mai fatto. Posso avere formulato dei dubbi o dei sospetti.

Gli stessi che del resto – conclude Rudy Guede – hanno formulato anche i giudici della Cassazione che lo ha definitivamente assolto, laddove ammettendo anche la loro presenza nella casa hanno detto che questo non costituisce di per sé una prova di colpevolezza”.

Daniele Camilli


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