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Meglio soddisfatti di poco o aspirare a qualcosa di meglio?

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo vista dall'alto

Viterbo vista dall’alto 

Viterbo – Parliamo di felicità, anche se a fronte di quel che accade intorno a noi in questi giorni, può sembrare quasi fuori luogo. Ma d’altronde, certi eventi non ci rubano un po’ di felicità? E allora, chiediamoci cosa sia questa felicità…

La felicità è un problema che non assilla soltanto filosofi, fondatori di religioni e politici carismatici, ma anche psicologi e sociologi. Che cosa è la felicità? E’ un po’ come formulare la domanda di Pilato: che cosa è la verità? Un concetto estremamente relativo, perché implica in misura soggettivamente differente aspirazioni sia di carattere materiale che di carattere mentale.

Per esempio, al Petrolini di Tanto pe’ cantà sono sufficienti una chitarra e “n ‘par de scarpe nove”, alla coppia Albano-Romina un bicchiere di vino, a Paperon de’ Paperoni serve il bagliore dei dollari, a Epicuro basta inebriarsi degli impulsi naturali, mentre per altri significa impossessarsi di un esemplare dello smartphone di ultima generazione. Non esiste un unico criterio di felicità, e questo ha messo a dura prova gli studiosi che se ne sono occupati. Interessante, ad esempio, il cosiddetto “paradosso di Easterlin”, secondo il quale coloro che hanno più aspirazioni e più opportunità a disposizione sono anche quelli più infelici.

Così, un’indagine internazionale del 2006 dimostrò che erano più felici i nigeriani che i tedeschi, e più tardi qualcuno rilevò che gli andini erano più felici degli europei; risultati in parte contraddetti da una ricerca più recente che vede in prima fila gli svizzeri.

Fatto sta che la recente indagine svolta da iHappy contraddice in parte i consueti dati sulla qualità della vita: Bolzano, prima nella speciale classifica stilata da Il Sole 24 Ore, diventa settantunesima per felicità, mentre alcune province del sud, notoriamente in cattiva posizione per quel che riguarda la qualità della vita, sono tra le prime in graduatoria rispetto alla felicità.

Perché questi dati altalenanti? Certamente perché la felicità è soggettiva, ma probabilmente anche perché esistono due diverse forme di felicità: quella a breve termine, che deriva dalla considerazione di potersi giovare di tutta una serie di beni e servizi, ma che coinvolge anche talune esperienze quotidiane che la rendono instabile; e quella a lungo termine che considera il bilancio di una vita, che pondera il pro e il contro, che si fa realistica e meditata. La prima fa godere di un acquisto, di una vincita, ma ti spinge anche a desiderare o a sperare di più, a sentirti insoddisfatto e desideroso di avere ancora, a guardare la metà che sta davanti a te invece che quella che segue dietro; l’altra invece costituisce una base antropologica di saggezza, una costellazione di principi etici che si esprimono attraverso proverbi e detti, del tipo “chi si contenta gode”, “il denaro non fa la felicità”, “basta la salute”, “la felicità è nelle piccole cose”, “ un cuore e una capanna”, ecc. D’altronde è anche vero che se l’Uomo non si fosse sentito un po’ infelice e inappagato non sarebbe mai uscito dalla caverna, non avrebbe attraversato i mari, praticato scienza a tecnica, rimembrato una filosofia, e non avrebbe aspirato a migliorarsi.

Meglio la felicità contemplativa degli orientali, quella solidaristica dei cristiani, o quella alacre e operosa del capitalismo? Mah… la felicità è tante cose insieme, per questo è ambigua e per questo le indagini psicosociologiche sui di essa danno risultati diversi da quelli sulla qualità della vita.

Detto questo, che cosa significa trovare Viterbo al settantesimo posto in Italia nella graduatoria della felicità? Una posizione che non dice né di particolari gioie ma neppure di particolari tormenti? Paradossalmente condividiamo con Bolzano più o meno la medesima posizione: lì tutto funziona a meraviglia, eppure i cittadini non fanno i salti di gioia, a dimostrazione che la felicità non dipende solo da vantaggi materiali.

Ma allora la nostra posizione come va interpretata? Che i viterbesi si sentano un po’ ai margini del mondo è vero, ma è altresì vero che si considerano fortunati rispetto a chi vive nel caos di una crescita inintelligibile come nel nordest, di minacce ambientali come nel casertano, di attività criminali consolidate come nelle periferie metropolitane, di attentati terroristici al cuore delle capitali europee; forse hanno meno aspirazioni al cambiamento e all’innovazione (e lo si vede ogniqualvolta si chiede loro di fare un vero “salto di qualità”), ma si rendono conto di scansare la maggior parte dei rischi, compreso quello di dover fare scelte importanti. Una “aurea mediocritas” verrebbe da dire, che in certe filosofie contemplative e intimiste potrebbe anche essere apprezzata, ma che ovviamente ti taglia fuori dal mondo che conta.

Il dilemma è: vivere felici perché nessun Salah si sognerà di piazzare una bomba al mercato del Sacrario (fate pure tutti gli scongiuri del caso…), o vivere felici perché si è protagonisti al centro di una società e di un mondo che cambia, accettandone i rischi e i vantaggi? Ai primi del ‘900 i viterbesi che si opponevano all’arrivo della ferrovia erano i latifondisti, che non volevano vedere i propri terreni divisi in due dalla strada ferrata, e i benpensanti, che temevano l’arrivo in città di ladroni e prostitute via treno. Avevano torto, ma allora si sentivano felici a quel modo e le novità facevano paura.

Oggi noi viterbesi potremmo chiederci: sentirsi felici se il Comune ripara le buche della strada, o sentirsi felici perché Viterbo è nel giro dell’innovazione culturale? Essere soddisfatti del poco, o aspirare a qualcosa di meglio?

Purtroppo, non si può crescere senza rischiare; stando chiusi in casa si evitano tanti pericoli, ma ci si condanna ad una non-vita. Certe scelte non sono solo questione di mezzi a disposizione, ma anche di una corretta valutazione delle priorità, di una certa mentalità, di una certa capacità, di una autostima.

Scegliere non è mai facile: sull’argomento potrebbe insegnarci qualcosa l’asino di Buridano, che morì di fame e di sete per non aver deciso se cominciare dalla biada o dal secchio dell’acqua.

Ma scegliere è necessario: ne va della nostra felicità…

Francesco Mattioli

 

 

 


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