Viterbo – “Non può finire tutto con una vita. L’esempio resta”. Lo ha detto il sindaco Leonardo Michelini stamani alla cerimonia d’inaugurazione del monumento dedicato a Mario Di Lecce.
Con lui, autorità civili e militari, la moglie Graziella e la figlia Francesca. Aveva solo quindici giorni quando suo padre, incursore dei paracadutisti morì nella strage di Cima Vallona. “Sono molto emozionata – ha detto al microfono – e ringrazio tutti coloro i quali hanno fatto sì che mio padre fosse ricordato. Da Maurizio Federici a Giovanni Bartoletti, Raffaele Ascenzi per il progetto del monumento. Grazie con tutto il cuore”
Il monumento per ricordare Mario Di Lecce, incursore dei paracadutisti ucciso nella strage di Cima Vallona il 25 giugno 1967. All’ufficiale viterbese è stata dedicata l’area che si trova poco distante dal tribunale, dove è collocato un cippo in peperino.
Oggi l’inaugurazione del monumento, realizzato dall’architetto e paracadutista Raffaele Ascenzi. A volere che Di Lecce fosse ricordato, Maurizio Federici, ex consigliere comunale, presente stamani alla cerimonia.
Negli anni ’50/60 il Bas (Befreiungsausschuss Südtirol – Comitato di liberazione del Sudtirolo), compì diversi attentati.
Uno dei più cruenti fu l’uccisione e il ferimento con trappole esplosive di alcuni militari sulla Cima Vallona di San Nicolò di Comelico in provincia di Belluno.
La strage avvenne dopo un attentato con il quale, il 25 giugno 1967, i terroristi abbatterono un traliccio dell’alta tensione in località Cima Vallona.
Per accertare la causa della deflagrazione, fu disposto l’invio di una pattuglia composta da alpini, artificieri e finanzieri che alle 5,30 partì dalla sede del presidio a bordo di auto da ricognizione.
A circa 70 metri dal manufatto ci fu l’esplosione di un ordigno collocato sotto un mucchio di ghiaia. L’esplosione investì l’alpino radiofonista Armando Piva, effettivo al battaglione “Val Cismon”, deceduto dopo alcune ore di agonia.
A bordo di un AB 204 fu inviata una squadra della Compagnia Speciale Antiterrorismo con il compito di raccogliere indizi utili all’indagine e per identificare gli autori dell’attentato. La squadra era composta dal capitano dei carabinieri Francesco Gentile, carabiniere paracadutista del Tuscania, dal sottotenente Mario Di Lecce e dai sergenti Olivo Dordi e Marcello Fagnani del Battaglione Sabotatori Paracadutisti, oggi Col Moschin.
Sulla via del ritorno, i quattro si avviarono lungo lo stesso itinerario percorso all’andata. In direzione dell’elicottero rimasto in attesa, inavvertitamente, uno di loro attivò una trappola esplosiva piazzata a Sega Digon (una borgata di Comelico Superiore), distante dal luogo dell’attentato e lungo l’unico sentiero disponibile.
A seguito dell’esplosione il sottotenente Di Lecce, il capitano Gentile e il sergente Dordi morirono sul colpo, il sergente Fagnani rimase gravemente ferito.
Sul luogo dell’esplosione furono trovate due tavolette di legno con su incisa la rivendicazione a firma del BAS.
Al capitano Gentile è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare mentre agli altri caduti (sottotenente Di Lecce, sergente Dordi, alpino Piva) e al ferito sergente Fagnani è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare.







