Viterbo – Il settimo decennale dalle prime elezioni amministrative comunali democratiche, tenutesi a Viterbo il 7 aprile del 1946 dopo la parentesi del regime fascista, evento importante anche perché le donne viterbesi votarono per la prima volta, è trascorso nell’indifferenza generale della stessa amministrazione comunale di centro sinistra e delle diverse organizzazioni politiche locali.
Diceva Bernardo di Chartres, filosofo francese del XII secolo, che noi siamo come nani che siedono sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere molte cose anche molto più in là di loro, non come per acutezza della propria vista o perché più alti di corporatura, ma perché siamo sollevati e innalzati da gigantesca grandezza.
Un pensiero filosofico, evidentemente, non valido per i responsabili dell’amministrazione comunale viterbese, in particolar modo per quelli della cultura, troppo impegnati a discutere di “ben altro” o a risolvere le crisi-non-crisi.
Settant’anni fa, dopo la fine della seconda guerra mondiale, con il ritorno alla vita democratica, le donne e gli uomini viterbesi ritornarono a votare democraticamente. I partiti, obbligati dalla dittatura fascista alla clandestinità tornarono a svolgere liberamente la propria attività facendo propaganda e divulgando i propri programmi elettorali in prossimità della consultazione elettorale del 7 aprile del 1946. Tanti i comizi nelle piazze con grande partecipazione di gente desiderosa di conoscere nuove idee e orientamenti delle diverse formazioni politiche.
Dopo l’arrivo delle truppe anglo americane, l’amministrazione della città era stata affidata ad una Giunta, nominata dal Comitato di Liberazione Nazionale locale, presieduta dall’avvocato Luigi Grispigni, primo sindaco pro tempore del dopo guerra, affiancato dai rappresentanti dei partiti del Cln Francesco Bonanni (Dc), Domenico Fraticelli (Pci), Vincenzo Ludovisi (Pli) e Tommaso Valdambrini (Psi).
In quel periodo la città di Viterbo, bombardata e distrutta dalla guerra, cercava a fatica di ritornare alla normalità della vita sociale ed economica e le prime elezioni democratiche dell’amministrazione comunale, a ridosso del referendum istituzionale del successivo 2 giugno per scegliere tra repubblica e monarchie, rappresentatorono una bella opportunità.
“Otto liste parteciparono alla competizione elettorale – ha scritto lo storico Bruno Barbini su Biblioteca & Società – quattro di esse (Dc, Pci, Psi, Pri) rappresentavano i maggiori partiti del Cln, mentre i candidati del Pli erano inseriti in una lista d’indipendenti. Il Movimento dell’Uomo Qualunque, invece, creato da Guglielmo Giannini per dare voce alla protesta dei molti italiani scontenti di come andavano le cose, aveva presentato anch’esso una propria lista. Completarono il quadro due formazioni minori, Combattenti e Reduci e Azione e Lavoro, alle quali però non andò alcun consigliere”.
Le elezioni furono vinte dalla Democrazia cristiana, con 7119 voti e quindici consiglieri su quaranta. Secondo arrivò il Partito repubblicanoitaliano con 5058 voti e dieci seggi.
“Il Partito comunista – continua Bruno Barbini – smentendo le previsioni della vigilia che lo presentavano come il più temibile concorrente della Democrazia cristiana, si dovette accontentare del terzo posto, con 3688 voti ed otto consiglieri. Ancora più magro fu il bottino dei socialisti, ai quali andarono 1487 voti e solo tre rappresentanti. I rimanenti quattro seggi vennero assegnati, due per ciascuna, alle liste degli Indipendenti e del’Uomo Qualunque, rispettivamente con 1043 e 925 voti”.
Il partito dei Combattenti e reduci prese 345 voti mentre il Partito d’azione (Pd’az) ne prese 215.
L’alleanza fra democristiani e repubblicani, garantì alla giunta un totale di venticinque voti con un accordo per l’elezione a sindaco del democristiano Felice Mignone e una distribuzione paritetica degli assessorati. Il 24 aprile del 1946, nella prima seduta del consiglio comunale, venne varata anche la giunta: assessori effettivi i democristiani Mario Cionfi, Maria Francesini e Carlo Petroselli, ed i repubblicani Mario Corigliano, Giuseppe De Nichilo e Giuseppe Minelli; supplenti, Corrado Fanti per la Dc e Carlo Spolverini per il Pri.
“L’amministrazione comunale, con tutti gli aggiustamenti successivi in base agli equilibri politici, – scrive sempre Bruno Barbini – si mise al lavoro per risolvere i numerosi e gravi problemi connessi con le distruzioni causate dalla guerra e con la scarsità di rifornimenti: un’opera già iniziata dalla giunta provvisoria Grispigni, e fortemente condizionata dall’insufficienza dei mezzi a disposizione. L’unica cosa di cui c’era abbondanza era la mano d’opera, costituita dai numerosi reduci tornati dal fronte o dalla prigionia e alla disperata ricerca di un’occupazione. Pertanto, l’avvio dei lavori di ricostruzione e, in particolare, la programmazione di opere pubbliche rispondevano, oltre che alla necessità di ripristinare i molti edifici distrutti o danneggiati, all’esigenza sociale di creare posti di lavoro”.
Oggi aprile 2016, in occasione del settantesimo anniversario dell’elezione del primo consiglio comunale democratico di Viterbo, dunque, sarebbe stato bello e doveroso commemorare, con un ringraziamento pubblico, coloro che il 7 aprile del 1946 si assunsero l’onere di guidare la città in un momento cosi difficile.
Sono loro i giganti, seguendo il pensiero del filosofo Bernardo di Chartres, sui quali si appoggiano i nostri nani contemporanei.
Per la cronaca: due le cerimonie di ringraziamento in questi settanta anni grazie ad amministrazioni comunali con diversa sensibilità e cultura: nel 1966 e nel 1986. Sarebbe stato giusto e opportuno ricordare ufficialmente anche oggi, sia pure brevemente e semplicemente, i protagonisti di un momento particolarmente delicato per la vita della nostra città.
S.C.








