Viterbo – Rudy Guede trenta e lode.
Esami universitari finiti per il 29nne detenuto a Viterbo e condannato a 16 anni per concorso in omicidio per la morte di Meredith Kercher, la ragazza uccisa a Perugia il primo novembre 2007.
Centoottanta crediti, una media del 29 e la tesi su “Storia e mass media. I mezzi e i luoghi della divulgazione storica”.
Infine, una laurea in ‘Metodologia e fonti della ricerca storica’ presso il corso in ‘Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale’ dell’Università degli Studi Roma Tre. Discussione della tesi prevista per luglio presso la casa circondariale “Mammagialla” dove Rudy Guede si trova dal 27 novembre del 2008. Fine pena: 6 settembre 2021.
“Sto finendo la mia tesi e penso di laurearmi a luglio – dichiara tramite facebook Guede – Per un risultato fondamentale. Un risultato che vorrei condividere”.
Un obiettivo conquistato lavorando in infermeria come spazzino, “perché i libri su cui studiare costano. E ho potuto farlo grazie alle mie forze. Ma grazie anche al lavoro del personale amministrativo volontario e delle associazioni.
Grazie al lavoro del direttore, e degli uomini e delle donne della polizia penitenziaria. Grazie alla solidarietà degli altri detenuti che condividono con me questa fase dolorosa della nostra vita”.
E molti di loro quel giorno di luglio parteciperanno alla discussione in vista della laurea. Triennale, con tutta l’intenzione – visti i risultati – di proseguire con la specialistica, per gli ultimi due anni. Continuando, nel frattempo – e nonostante una sentenza che lo condanna definitivamente al carcere – a proclamarsi innocente. Tant’è che già c’è un collegio di avvocati che sta valutando l’ipotesi di presentare o meno una richiesta di revisione del processo.
In carcere, studiare non sempre è facile. “Io l’ho fatto chiudendomi spesso in bagno, la sera, perché il mio compagno di cella ha tutto il diritto di vedere la televisione o dormire in santa pace”.
“Finché resterò in carcere – spiega però Guede – voglio farlo in maniera dignitosa e costruttiva. Per me e per gli altri. Per me, perché una condanna e il carcere non significano fine del futuro, ma un momento di riflessione e al tempo stesso formazione per poter dare il proprio contributo alla società una volta finita la pena. Per gli altri, perché è con loro che voglio costruire”.
Otto anni in silenzio, poi l’intervista a Franca Leosini su Rai Tre lo scorso inverno. Una puntata di “Storie maledette” che ha fatto discutere. “Da molto tempo – racconta Guede – ero in contatto con la giornalista. Ci siamo scritti e alla fine ho deciso di rilasciare l’intervista.
Precedentemente avevo sempre rifiutato di farlo in una trasmissione televisiva perché volevo attendere la conclusione dell’iter giudiziario, e sono tuttora convinto che i processi debbano svolgersi solo nei tribunali e che la parola – fino a sentenza definitiva – vada lasciata solo a giudici, avvocati e pubblici ministeri e quello che c’è da dire vada detto solo in aula.
Una volta emessa la sentenza definitiva, allora, pur rispettandola, anche un detenuto ha tutto il diritto di criticarla proclamandosi innocente.
Ho partecipato alla trasmissione della Leosini – afferma Guede – perché ho sentito innanzitutto la necessità di farmi conoscere attraverso il racconto della mia storia personale e familiare. Perché in tutti questi anni si sono quasi sempre avute solo informazioni da fonti che mi hanno descritto come sbandato, ladro, tossico, proiettando un’immagine negativa a chi ha seguito la messa in onda di questi programmi.
Invece, partecipando alla trasmissione, mi sono potuto raccontare esprimendo il mio punto di vista, i miei bisogni e i desideri per il futuro. Poi, mi si può credere oppure no, ma almeno questa volta le persone hanno potuto ascoltare notizie su di me dal diretto interessato”.
Daniele Camilli

