Montefiascone – Il cellulare lasciato nel camping: squillava a vuoto senza emettere suoni.
I carabinieri lo hanno cercato, pensando che Cecilia Maria Frassine lo avesse portato con lei. Agganciava la cella tra colle San Martino e Capodimonte, zona in cui si erano subito concentrate le ricerche della giovane madre scomparsa sabato notte col figlio di 4 mesi.
Invece il telefono, in modalità silenziosa, era rimasto nello stesso posto da cui Cecilia si è allontanata: il bungalow del campeggio Amalasunta, a Montefiascone, in cui la 22enne austriaca alloggiava dal 17 maggio con la madre e con il piccolo Matteo Arion Frassine. Il bimbo portava il nome della mamma, l’unica ad averlo riconosciuto.
Quanto al padre di Cecilia, sarebbe già stato avvisato della morte della figlia e del nipotino, trovati domenica mattina dalla protezione civile di Celleno: lei impiccata, lui senza vita sotto al corpo della mamma. Una scena agghiacciante per i volontari e perfino per gli investigatori, che per ventiquattr’ore li avevano cercati senza sosta.
Nessun sms o contatto sospetto, nelle ore precedenti la morte. Nel cellulare di Cecilia, preso in consegna dagli investigatori, non sarebbe stato trovato alcunché. Nulla di utile all’indagine o di riconducibile alla morte della 22enne, che appare a tutti gli effetti come il gesto estremo di una giovane donna stanca di vivere.
Nessun dubbio che si sia trattato di suicidio: gli inquirenti hanno escluso subito che Cecilia sia stata uccisa da un malintenzionato. Dalle indagini, inoltre, sarebbe emerso un malessere risalente nel tempo. Una fragilità forse accentuata dalla sua maternità a 22 anni senza un compagno, ma secondo la testimonianza della madre ai carabinieri, Cecilia stava male già prima che Matteo nascesse.
La procura sostiene la tesi dell’omicidio suicidio: la studentessa austriaca, volendo morire, avrebbe ucciso il figlioletto per portarlo con sé, forse per non abbandonarlo.
L’alternativa è l’ipotesi contraria: Matteo abbandonato da vivo e Cecilia morta prima di lui. Il neonato, secondo questa impostazione, sarebbe morto di stenti. Improbabile dato che non era una notte fredda, che Cecilia lo aveva coperto con la sua giacca, che se avesse pianto qualcuno avrebbe anche potuto sentirlo e considerando anche i segni trovati sul collo del piccolo: indizio di strangolamento o dovuti solo alla posizione in cui si trovava il cadavere?
Su questo l’autopsia potrebbe dire molto già oggi. Alle 10, il dottor Saverio Potenza, dell’università di Tor Vergata, assumerà l’incarico in procura, per poi eseguire l’esame autoptico sulle salme di madre e figlio al cimitero San Lazzaro.






