Barbarano Romano – “La pena doveva essere severa, ma anche giuridicamente giusta”. E’ tutto qui il motivo del ricorso in Cassazione di Antonio Matuozzo, 68enne napoletano che uccise a coltellate la compagna Anna Maria Cultrera nel 2013, a Barbarano Romano.
La Corte d’Assise d’appello, l’anno scorso, ha confermato la sentenza di primo grado del tribunale di Viterbo: trent’anni di carcere per omicidio volontario aggravato da premeditazione e minorata difesa. Anna Maria, 61 anni, ex dipendente alle poste, fu colpita nel sonno da una raffica di coltellate. Il medico legale Giorgio Bolino, consulente della procura per l’autopsia, ne contò almeno 50.
Matuozzo prese il massimo della pena, nonostante il rito abbreviato. Una sentenza troppo dura per l’avvocato Enrico Valentini, firmatario del ricorso in Cassazione che, in 73 pagine, elenca i motivi che rendono quella condanna “giuridicamente ingiusta”. Dalle attenuanti generiche non concesse alla svalutazione del comportamento collaborativo dell’imputato.
Matuozzo non tentò neppure di scappare: fu lui ad avvertire i carabinieri in quella notte di pioggia, il 12 ottobre di tre anni fa. Gli uomini del comandante Marco Stella erano praticamente già lì: l’appartamento preso in affitto dalla coppia, in viale IV novembre, distava pochi passi dalla caserma. Dopo arrivarono il nucleo operativo radiomobile di Ronciglione e il pm Fabrizio Tucci.
Matuozzo confessò subito e con dovizia di particolari. E la difesa, adesso, nota quanto poco sia stata apprezzata la sua collaborazione. “Matuozzo paga per il proprio crimine come se non avesse mai confessato”, si legge nel ricorso alla Suprema Corte. Ma anche “come se fosse sempre stato del tutto psichicamente sano ed equilibrato”, o “come se avesse sempre avuto una vita facile e serena”. In realtà, dal tradimento della moglie in poi, per lui sarà tutto in salita, tra due tentativi di suicidio e un disturbo bipolare da curare coi farmaci.
La difesa fa il paragone con Giorgio De Vito, conterraneo di Matuozzo, assistito da Valentini condannato a 17 anni per l’omicidio della trentenne di Civita Castellana Marcella Rizzello: in quel caso, la Corte d’Assise d’appello concedeva le attenuanti generiche “non potendosi non tenere conto della lunga serie di sofferenze psichiche” non sfociate in malattia mentale, ma che “hanno certamente influito in modo negativo e involontario sulla psiche dell’imputato”. Quella di Matuozzo, per la difesa, è “una psiche già minata dalla malattia, che crollava totalmente” nel momento in cui la compagna decide di cacciarlo di casa.
L’avvocato smonta la solidità delle aggravanti. Tanto la premeditazione – definita ‘debole’ in più punti del ricorso – quanto la minorata difesa: l’aver colpito Anna Maria nel sonno per non lasciarle scampo. Matuozzo la racconta diversamente: “Dopo aver aspettato che lei si fosse addormentata, per non farla soffrire, ho preso un coltello per l’arrosto dalla cucina e l’ho colpita”.
“Possibile – chiede la difesa – che Matuozzo meritasse la pena base dell’ergastolo come la merita un boss mafioso che stermini i propri nemici o uccida i testimoni di giustizia o causi la morte di civili innocenti o di un carabiniere o di un magistrato?”. Per i legali, quella sentenza troppo dura è da annullare.
Stefania Moretti


