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Chiesti 12 anni per Battaglia

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Sabato Louis Francesco Battaglia

Sabato Louis Francesco Battaglia

Federico Venzi

Federico Venzi

Viterbo – Dodici anni di reclusione. E’ la richiesta della procura per Sabato Battaglia, 23enne viterbese, accusato dell’omicidio del Riello: all’alba del 27 settembre uccise a pugni Federico Venzi, 43 anni, romano residente a Caprarola.

Oggi pomeriggio, processo con rito abbreviato davanti al gup di Viterbo Savina Poli. Nessuna sentenza. Non oggi: dopo la requisitoria del pm Massimiliano Siddi e le arringhe degli avvocati di parte civile e difesa, il giudice ha rinviato l’udienza a luglio per le repliche e la decisione.

Per la difesa, rappresentata dall’avvocato Antonella Durano, Battaglia va assolto perché il fatto non costituisce reato. Ossia: non c’è stato nessun omicidio volontario, semmai preterintenzionale. La differenza è nella volontarietà dell’azione e nella prevedibilità delle conseguenze: Battaglia non voleva uccidere. Secondo il legale, avrebbe agito per proteggere se stesso e la fidanzata da un potenziale pericolo, l’incontro con due sconosciuti in piena notte, più robusti di lui e col doppio dei suoi anni. Ma c’è di più: secondo il consulente medico legale della difesa Giorgio Bolino, Venzi non sarebbe mai morto per i soli pugni sferrati da Battaglia. Soffocamento la causa della morte, perché Venzi, per la difesa, avrebbe ingerito pezzi della sua stessa protesi dentaria. Una morte imprevista e imprevedibile che per l’avvocato Durano è una tragica fatalità.

La procura non arretra: per il pm l’accusa resta omicidio volontario. Il magistrato ha riconosciuto a Battaglia nel calcolo della pena le attenuanti generiche e lo sconto di pena per il rito abbreviato.

La parte civile – avvocati Samuele De Santis e Luca Tedeschi – ha chiesto 500mila euro di risarcimento per la madre e i fratelli di Venzi.

Battaglia è figlio di un pentito di camorra, morto suicida. Da quel 27 settembre non è mai uscito dal carcere. Quando incontra la vittima alla rotatoria del Riello, il ragazzo è con la fidanzata, studentessa universitaria di Vetralla. Venzi viene da un locale dove ha passato la serata con un conoscente di nazionalità marocchina: ubriachi, si stanno incamminando a piedi alla rotatoria.

All’uscita di via della Palazzina, lato Ipercoop, incrociano Battaglia e la fidanzata che parlano. Venzi vede la ragazza semi sdraiata a terra. Pensa a un’aggressione e offre il suo aiuto, chiede se c’è bisogno di chiamare i carabinieri. Da Battaglia ottiene una risposta tipo: “Se non te ne vai li chiamo io”.

Sembra finire lì, con i due ragazzi che si allontanano a piedi. Ma Venzi e l’amico li seguono e Battaglia non gradisce. Cinquanta metri al massimo, tempo di raggiungere a piedi l’uscita vicina della rotatoria che imbocca su via Aldo Moro: qui, i pugni che atterrano Venzi e i fidanzati che scappano via. Il 43enne muore dopo tre ore all’ospedale Belcolle.

L’amico marocchino non sarà in grado neppure di chiamare il 118: sono dei passanti a soccorrere Venzi, in una notte maledetta. L’allarme ai soccorsi viene dato dai parenti delle vittime dell’incidente di poche ore prima sulla Tuscanese: tre morti nello schianto tra un’auto e una moto. E poi Venzi che arriva più morto che vivo in ospedale.

Interrogato dal pm, Battaglia dirà di essersi sentito vittima di un’aggressione. Ma a sconfessarlo è la fidanzata che, ascoltata più volte, non conferma che Venzi avesse intenzioni minacciose. Il pm la iscrive comunque nel registro degli indagati per favoreggiamento insieme a due amici di Battaglia. Posizioni ancora al vaglio della procura, che dovrà decidere se portarle avanti o meno.

La sentenza a luglio.


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