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Costituzione, se fosse immutabile diventerebbe obsoleta

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Per fortuna una dei cardini fondamentali della Costituzione è che se ne possono modificare i dispositivi; se così non fosse, essa resterebbe immutabile rispetto ad una società che cambia e finirebbe per diventare obsoleta se non nei principi fondamentali certo nella sua capacità di governare i processi politico-amministrativi del Paese.

La società italiana si evolve velocemente come tutta la civiltà occidentale, ma i suoi meccanismi di funzionamento non si adeguano altrettanto rapidamente.

Nel recente passato abbiamo visto modifiche necessarie, nel campo sociale, sanitario, amministrativo, energetico e ambientale che hanno impiegato decenni a realizzarsi, con danni talvolta incalcolabili per la società e per lo stato.

I motivi sono tanti, ma vorrei soffermarmi su due aspetti.

Il primo: la società italiana non è laica. E, attenzione, non tanto nel senso che è condizionata dalla religione, ma dal fatto che in Italia vince innanzitutto l’ideologia di parte, e si procede comunque per dogmi, persino quando si inneggia alla libertà, all’autonomia e al politicamente corretto. E questo, è certamente un ostacolo al cambiamento.

Il secondo: la società italiana è il paese degli interessi di parte (individuali, di categoria, di campanile, di classe, di generazione, di genere, di ceto, di casta) che generano veti incrociati e testimoniano che ancora non riusciamo a liberarci di una logica corporativa che deriva dal medioevo e che il fascismo aveva provveduto a rafforzare.

E questo, è certamente un altro ostacolo al cambiamento.

Fa impressione, ad esempio, che alla levata di scudi popolare contro tante storture della nostra società, come le prerogative della casta politica, l’evasione fiscale, gli scandali della sanità, l’assenteismo al lavoro, l’inciviltà relazionale e quella ambientale, la mancanza di senso civico, l’arretratezza tecnologica di base corrispondano immediatamente distinguo, esenzioni, obiezioni, specificazioni, non appena qualcuno si rimbocca le maniche e prova a proporre un cambiamento.

Insomma, se dalle parole si passa ai fatti, allora scoppia immediatamente un festival di sbarramenti gattopardeschi affinché tutto cambi, ma altrove e non nel proprio “particulare”.

E il bello è che il gattopardo di turno spesso pretende di brandire la bandiera della libertà, chiama al rispetto degli ideali della democrazia e persino alla lotta contro i soprusi; e magari reclama il solito tavolo per confrontare, meditare, approfondire, rivedere, trattare con l’inespressa speranza, peraltro confermata dalla storia, che più lunga è la vita di quel tavolo e più a lungo durerà il gusto anarchico di opporre al potere un potere di veto. In modo da non fare.

L’Italia è questa? Vedremo al prossimo referendum.

Francesco Mattioli


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