Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo la lettera indirizzata al presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti da parte del Gruppo case famiglia Viterbo 1979 – Con la presente intendiamo, come associazione, chiedere un suo intervento presso la giunta regionale che lei presiede per trovare una soluzione al problema che ci coinvolge e che è esploso in questi giorni ma che, da almeno un anno a questa parte, ci ha impegnato in incontri e tentativi di trovare un interlocutore che possa, in modo collaborativo, trovare insieme a noi delle risposte.
La nostra storia: l’associazione rappresenta un gruppo di assistiti (L. 118/71) del progetto Case-Famiglia che dal lontano 1979, con coraggio e determinazione, superando difficoltà che è facile intuire, sfruttando la Legge Regionale n° 62 del 1974 che prevedeva la de-istituzionalizzazione, ha scelto una strada alternativa al ricovero in strutture (Villa Immacolata a Viterbo) che, seppur idonee ad erogare assistenza riabilitativa, non erano e non sono ancora, adeguate a rispondere a quelle esigenze di carattere relazionale-sociale all’interno della società civile e quindi in grado di rispondere al profondo bisogno di ciascuno dei nostri associati di essere protagonista e costruttore del proprio tempo.
A questo proposito si sottolinea il fatto che i processi riabilitativi sono stati comunque messi in atto da ciascuno degli aderenti al progetto, sia attraverso le forme canoniche consolidate dai protocolli terapeutici che attraverso i gesti della vita quotidiana che li porta a dover risolvere problemi connessi alla mobilità all’interno ed all’esterno del proprio nucleo familiare.
La realizzazione di tutto questo ha ovviamente richiesto delle risorse economiche, peraltro in una misura sensibilmente inferiore a quello necessario al ricovero in strutture convenzionate, e risorse umane soprattutto in termini di impegno e grande volontà da parte degli aderenti al progetto e di coloro, purtroppo ormai scomparsi, che questo progetto lo hanno ideato e fortemente voluto.
Tali risorse si sono concretizzate in un contributo economico erogato dalla Asl di Viterbo attraverso un progetto sostenuto e finanziato per tutti questi anni dalla Regione Lazio.
Inutile sottolineare quanto tutto questo abbia prodotto in termini di qualità della vita dei destinatari i quali, grazie a questa “intuizione” dei promotori, sono riusciti in vari modi ad esprimere le proprie potenzialità all’interno: del mondo del lavoro per alcuni, delle proprie famiglie per altri.
Il nostro “oggi”: questa storia che ci ha caratterizzato e qualificato in tutti questi anni, oggi, è messa fortemente in discussione da chi attualmente dirige l’Azienda sanitaria di Viterbo.
Con atteggiamento di chi, secondo noi, semplificando una struttura complessa quale è quella di un servizio sanitario, pretendendo di ridurre tutto a una partita doppia di bilancio, si rifiuta persino di ascoltare le nostre ragioni comunicando, tra l’altro attraverso modalità poco formali, la sospensione del contributo.
Nei mesi che hanno preceduto quest’ultimo periodo, non esercitando per nulla la virtù dell’ascoltare e chiudendosi in un atteggiamento refrattario agli stimoli provenienti dalla realtà che la circonda, non ha fatto altro che tentare di scaricare sui comuni di appartenenza dei soggetti coinvolti questa “seccatura”, qualificando l’intervento come a carattere esclusivamente “sociale”.
Ci spiegherà, forse un giorno, la dirigente come fa a distinguere il sociale dal sanitario in interventi rivolti a persone portatrici di disabilità grave quando nemmeno i piani regionali distinguono volutamente in modo netto questi aspetti che sono, piuttosto, trattati in maniera integrata.
Emblematica è stata la sua ultima manifestazione di indifferenza verso queste problematiche nell’ultimo incontro del 25 maggio, al quale erano presenti i sindaci dei comuni di Viterbo, Vetralla e Sutri, quando, senza neanche salutare, ha bruscamente abbandonato l’incontro che, seppur evidenziando toni accesi, era finalizzato al chiarimento delle posizioni e alla prospettazione di eventuali soluzioni.
Non ha, nello stesso incontro come in quelli precedenti, nemmeno ipotizzato la possibilità di attivarsi con la regione Lazio ed i soggetti coinvolti per la formulazione di piani di intervento in linea con le finalità dei piani regionali ed in continuità con quanto fatto finora.
Ribadiamo pertanto con forza il diritto ad essere ascoltati e non ancora emarginati proprio da chi riveste ruoli istituzionalmente vocati all’integrazione socio-sanitaria del malato.
E’ per questo e per i nostri amici fondatori che ci hanno creduto che l’associazione non intende e non intenderà mai cessare di lottare per far sì che tutto quanto non vada perduto, perché tutto non venga ridotto ad una mera contabilizzazione di costi e ricavi.
Siamo consci del fatto che la realtà economica di questi ultimi anni ha generato tra i dirigenti, preoccupati forse solo del risanamento aziendale, delle varie amministrazioni centrali e periferiche, una sorta corsa al risparmio per l’amministrazione nel vano obiettivo di un maggior prestigio e di qualche benefit legato alla produttività. Noi, peraltro, siamo convinti che il risparmio non si genera soltanto facendo delle sottrazioni, soprattutto quando si tratta di intervenire in ambiti complessi e variegati qual è il mondo della “diversabilità”.
Le nostre sollecitazioni e rivendicazioni sono rivolte, quindi, a coloro i quali pensano di voler intervenire con spirito efficientista dimenticando o, peggio ancora, disconoscendo la storia che ci ha portati all’oggi, perché da quella, imprescindibilmente, bisogna partire per capire le nostre ragioni, come quelle di tutti quanti credono in uno stato che, pur tenendo sotto controllo i costi, sappia promuovere e sostenere le realtà connesse alle situazioni di svantaggio sanitario e sociale.
Tutto quanto sopra esposto, pertanto, ci fa ritenere di essere una delle parti in causa; per esserci, per dire la nostra, per ricordare a quanti non volessero farlo, per riaffermare che il tentativo di decidere sempre e comunque nostro malgrado, impoverisce tutti, anche coloro i quali dovessero credere, ingenuamente ragionando solo in termini di bilancio economico e non, cambiando punto di vista, in termini di bilancio sociale, che una tale operazione porti ad un illusorio risparmio e contenimento dei costi.
Le chiediamo quindi, nei limiti dei poteri che la legge le conferisce, di portare in giunta questa problematica ed attivarsi presso la struttura sanitaria di Viterbo per far sì che si possa trovare una soluzione che realizzi un punto di incontro tra le parti.
Ringraziandola per il tempo che vorrà dedicarci e sperando in un suo favorevole accoglimento, le porgiamo, distinti saluti.
Gruppo case famiglia Viterbo 1979
