Roma – “Una massa vergognosa di liste civiche che vuol dire solo una cosa: la politica scappa dalle sue responsabilità”.
Roberto Saviano spara a zero contro “i partiti che non ci mettono la faccia”. Dal salotto all’aperto del museo Maxxi, in piazza Boetti a Roma, lo scrittore di “Gomorra” si avventura in un’analisi su chi controlla le elezioni e come.
“L’Italia pensa di essere governata da Roma o Milano. In realtà è governata dai paesi e dal voto di scambio come promessa reciproca: consenso in cambio di un lavoro, di un master. Persino di un buono pasto”.
Basta una “scheda ballerina” per truccare una tornata elettorale: “Il politico si procura una scheda bianca, ci scrive il suo nome e la dà all’elettore che si ritrova in cabina con due schede: una bianca e una precompilata. L’elettore vota con quella precompilata e restituisce quella bianca: è la prova che ha votato come d’accordo. Con quella scheda bianca – la scheda ballerina – si può andare avanti all’infinito, ma nessuno ne parla. Per evitarlo basterebbe fare a meno delle cabine e coprire solo le mani. C’è questo dietro gran parte delle liste civiche: in caso di arresti, inchieste o voto di scambio, nessuna conseguenza per il partito, perché il partito non c’è”.
Al festival “Repubblica delle idee”, i quarant’anni di Repubblica e i dieci di “Gomorra”, il libro che gli ha blindato la vita. Mario Calabresi intervista il Saviano di sempre. Le mani che gesticolano. L’umiltà dei grandi. La chiarezza in tasca. La precisione chirurgica nel vivisezionare un fenomeno e spiegarne i meccanismi.
“Verità è ciò che più mi ossessiona”, scriveva nel 2009 in “La bellezza e l’inferno”, il suo secondo libro in cui continuava la missione iniziata con “Gomorra”: raccontare storie suggestive come film ma senza un grammo di finzione. “La realtà, spesso, supera la fantasia – dice -. Io ho scelto di raccontarla come un romanzo. Di Casalesi era piena la cronaca nera e giudiziaria locale, ma io volevo raccontare i ‘film’ che vedevo quando andavo in tribunale: i boss e la loro cura dello stile, dell’estetica, della retorica”.
Non si prende il merito di aver inventato un genere: “Gomorra” nasce dalla penna di un 26enne sconosciuto, in un appartamento ai quartieri spagnoli. Il suo taglio di “romanzo d’inchiesta” è ispirato al “Camorrista” di Joe Marrazzo.
E qui arriva la “Gomorra” che non ti aspetti, capace persino di strappare risate. Il primo critico con cui parla gli dice candidamente che “è una stronzata”. Alla prima presentazione partecipano tre signore. Due in realtà, perché una si addormenta. “Quando ho spiegato che lo volevo chiamare ‘Gomorra’ mi hanno detto: ‘Forte, ricorda un po’ un intrigo omosessuale… Sodoma, Gomorra…”. Ma il libro, miracolo del passaparola, va forte davvero. Soprattutto a Poggioreale. “Mi cominciano a leggere i carcerati, i camorristi, tutta ‘la chiavica’ che in genere non legge mai. La libraia è preoccupata: ‘Robbè, io ho paura della gente che mi viene a chiedere il tuo libro: sono poco raccomandabili…'”.
Il pubblico ride di cuore quando Saviano racconta della versione di lusso di “Gomorra” circolata a Mondragone a sua insaputa: la copertina di seta e i coltelli di Warhol bianchi, anziché fucsia, in prima pagina. “Era uno che se l’era ristampato e aveva rifatto il capitolo su di lui perché non gli piaceva”. Incredibile quasi quanto i boss che, da lontano, in tribunale, non lo minacciano di morte. No. Gli fanno segno di farsi le sopracciglia perché è un trascurato: non può andare in giro così.
A chi lo accusa di rimestare nel torbido o distruggere la sua città, anche attraverso la serie tv di “Gomorra”, Roberto risponde: “Raccontare il male non significa diffonderlo. Significa costringere lo spettatore ad affrontarlo. Bisogna misurarsi continuamente col male per capirlo e prendere le distanze”.
Dopo “Gomorra”, l’interesse per i libri sulle organizzazioni criminali è cresciuto del 600 per cento. Dallo scrittore, l’invito a continuare su questa strada: “Abbiate fiducia nella parola. Informatevi e informate. Non vi fermate alla superficie. Non abbiate paura della complessità”.
Stefania Moretti




