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Specialisti delle rapine a processo

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Viterbo - Tribunale

Viterbo – Tribunale

Montalto di Castro – Armati, violenti e pronti a tutto. Una banda specializzata in furti, rapine e sequestri di persona. La base era a Montalto di Castro, in una casa in via Campo morto usata per nascondere la refurtiva.

A gennaio si aprirà il processo per i professionisti delle rapine rinviati a giudizio dal tribunale di Viterbo. Processo mutilato dalla prescrizione, dichiarata ieri dal gup Savina Poli in chiusura di udienza preliminare, per una sfilza di accuse fuori tempo massimo: i fatti, risalenti al 2003-2005, emersero solo a distanza di anni.

Un calderone in cui c’è di tutto. Dagli incendi di auto e furgoni fino all’assalto – anche armato – a supermercati, negozi e abitazioni. Nove imputati, ma non tutti rispondono di tutto: a furti e rapine partecipavano gruppi di due o tre persone per volta. Cinquanta capi d’accusa in totale contestati a vario titolo.

Molti i colpi più o meno grandi: da un distributore di benzina a Montalto, nel 2003, portarono via 17mila euro tra contanti e buoni benzina, mentre da un negozio di casalinghi a Grotte Santo Stefano uscirono con 15mila euro di profumi, cosmetici e deodoranti.

Sterminato l’elenco delle rapine. La maggior parte in trasferta, nel Milanese e nel Varesotto, ma alcune anche in provincia, come il colpo da 152mila euro a danno di una coppia di Valentano nel dicembre 2003. Per marito e moglie fu una notte da incubo, minacciati con coltelli e cacciaviti e rinchiusi in camera da letto. I rapinatori erano passati da una finestra del piano terra tagliando la zanzariera. 

Al “Dico” di Tarquinia entrarono imbracciando i fucili, nel marzo 2004: in tre (aspettati fuori da altri tre membri della banda) seminarono il panico per una manciata di minuti nel supermercato, prima di scappare con 13mila euro di incasso. I carabinieri gli impedirono di svaligiare la “Coop” di Montefiascone e un’armeria a Montalto: inseguiti sull’Aurelia, dovettero disfarsi di 20 fucili e 17 pistole con cui avrebbero potuto sparare più di mille colpi.

Dei nove imputati molti abitano nel Viterbese, tra il litorale e l’hinterland di Tuscania. Quattro sono originari di Torre del Greco (Napoli), con solidi agganci in ambienti camorristici.

Un’inchiesta tentacolare, spezzata in tanti rivoli processuali sparpagliati in tutta Italia e con un elenco chilometrico di indagati a vario titolo. Il pm Massimiliano Siddi contestava a 10 persone l’associazione a delinquere: molti sono già stati giudicati da tribunali del nord e del sud Italia. Altri, difesi dagli avvocati Matteo Moriggi e Vincenzo De Lucia, ne risponderanno a processo a gennaio.

Qualche indagato è morto prima della sentenza.
Uno giustiziato da due sicari a 34 anni, nell’ambito della guerra di camorra che insanguinò Napoli nel 2006. Di un altro, 41enne, si scoprì il cadavere dieci anni fa al carcere Mammagialla. I poliziotti della penitenziaria erano andati a chiamarlo perché aveva visite: i suoi fratelli lo aspettavano in parlatorio per vederlo. Lui si era impiccato con un lenzuolo alle sbarre della cella.

Stefania Moretti


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