Viterbo – E’ il 30 giugno del 2015 e a Salvatore Centamore cade il mondo addosso. Il figlio, Giuseppe, di soli sedici anni, annega in una piscina in Francia. E tutt’ora, a un anno di distanza, quel peso grava sulle sue spalle, come fosse il primo giorno. Perché, se è vero che alla morte di un figlio si riesce a sopravvivere, certamente non ci si può rassegnare.
“Più che una vita – dice Salvatore – la mia, ora, è sopravvivenza. Sopravvivo per dare giustizia a mio figlio, ma il dolore per la sua morte non troverà mai consolazione”.
Giuseppe muore in un caldo pomeriggio di fine giugno, annegato nella piscina del camping La Petite Camargue ad Aigues-Mortes. Salvatore ne è sempre stato convinto. Non un malore a uccidere il figlio, ma una pompa d’aspirazione che non ha mai allentato la presa. “La forza del depuratore – spiega con una determinazione che solo l’amore per Giuseppe sa dargli – l’ha prima risucchiato, per poi sbatterlo violentemente contro una grata. Mio figlio è rimasto sott’acqua fino all’arrivo dei soccorritori”. Lo hanno estratto a forza. La forza della disperazione, che purtroppo non è bastata.
Sulla dinamica dell’incidente la gendarmeria di Grau du Roi ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo. Il processo inizierà nel 2017. “Voglio spiegazioni – rivendica il papà –. Voglio sapere perché quella vacanza si è trasformata in tragedia”.
La ricerca della verità è un compito che Salvatore non lascia solo alla magistratura: è lui stesso che va a fondo. Parla con l’avvocato, legge le carte, si documenta e s’informa. Studia l’esito delle perizie e, appena può, vola in Francia. Il primo ritorno ad Aigues-Mortes a marzo, l’ultimo pochi giorni fa: il 30 giugno, in concomitanza con il primo anniversario della morte di Giuseppe. “Tornare – spiega – mi dà un minimo di sollievo. Mi sento più vicino a lui”.
Un padre che cerca costantemente il figlio. “Dopo la morte – dice –, in casa si è spenta una luce. La sofferenza ci consuma, perché non abbiamo le forze per dare senso a una morte così assurda. E’ così che oggi va la nostra vita. Una vita senza luce, in cui c’è sempre qualcosa che manca”.
E quando il dolore si fa insopportabile, Salvatore si aggrappa ai ricordi. Ecco il senso di quella pendrive che porta sempre con sé. E’ zeppa di foto di Giuseppe. Come quelle della vacanza in America, con il figlio davanti alle cascate del Niagara o sull’Empire State Building. Ecco il perché di quelle continue cene organizzate con gli amici di Peppe. Salvatore prova sollievo nel sentire storie e racconti sul suo campione. Ecco il senso della fiaccolata del 2 luglio che, da piazza della Rocca, attraverserà tutta Viterbo fino al liceo Buratti. “Quando ci ritroviamo tutt’insieme – ammette Salvatore – ho la ricarica per andare avanti”.
Capelli scuri e due profondi occhi castani, Giuseppe era un gentleman d’altri tempi. Era un nuotare provetto: l’ultimo riconoscimento della Larus due mesi prima di morire. Adorava la musica: dal cantautorato al rap, da Guccini a Caparezza. I dolci al limone, i viaggi e i pancake erano la sua passione. Falcone e Borsellino, invece, i suoi eroi. “Gli brillavano gli occhi quando gli raccontavo di aver conosciuto persone che avevano lavorato con il magistrato morto a Capaci. Giuseppe – rivela il padre – indossava sempre una maglietta con Falcone e Borsellino. Lo faceva in ricordo delle vittime di mafia e delle ingiustizie. Ora fa male sapere che non potrà più portarla, perché anche lui è una vittima dell’ingiustizia”.
Tenero, educato e sempre gentile. Giuseppe si trasferisce a Viterbo nel 2010 e fa subito breccia nel cuore degli amici. Lo dimostrano i messaggi che, in quest’ultimo anno, sono stati lasciati sul suo profilo Facebook. Come quello di Alessandra: “Sei lassù, ma sei con me. Ti penso sempre e sei nel mio cuore. Mi manchi tanto. Qualche volta, se puoi, vienimi in sogno. Abbracciami e sorridi”, scrive sul social network.
Una dimostrazione d’affetto che stupisce papà Salvatore. “Sono contento, perché all’inizio abbiamo avuto qualche difficoltà a inserirci in questa realtà. Ma la morte di Giuseppe, seppur una tragedia, ci ha fatto rendere conto di quanta stima e quanti amici avesse. Tutta questa vicinanza e solidarietà ci stanno aiutando. Mi si riempie il cuore quando vado al cimitero e trovo la tomba piena di fiori freschi”.
Dolce e amorevole, Giuseppe era anche un ragazzo generoso. Mai un regalo per sé, solo donazioni ai poveri dell’opera san Franceso di Milano o ai bambini di Save the children. Donava il suo sangue a chi ne aveva bisogno. “Era un donatore di vita”, sottolinea il papà. Poi l’appello: “Chiedo agli amici di scriverci ciò che Giuseppe rappresentava per loro. Quanto ne sentono la mancanza e quanto la sua morte li ha colpiti”.
L’obiettivo di Salvatore è quello di far arrivare le lettere alle autorità francesi. “Ci hanno chiesto quanto la tragedia sia stata sentita, oltre che dai familiari, anche dagli amici. I giudici non hanno ancora capito che la morte di Giuseppe è stata sentita da tutta la comunità, che ora si sente orfana di un fratello”.
E’ combattivo Salvo. Combatte per se stesso, per la moglie Paola e la piccola Betta. Ma combatte soprattutto per Giuseppe, per dargli giustizia. “Lo sento vicino ogni giorno – conclude -. E’ l’amore che mi lega a lui a darmi forza. Ma, al tempo stesso, è proprio quest’amore a spezzarmi”.
Raffaele Strocchia
I funerali di Giuseppe Centamore: fotocronaca1 – slide – fotocronaca2 – slide – video
Il ricordo degli amici e dei professori – slide – video
– Fiaccolata per Giuseppe Centamore




