Viterbo – Carcerazione preventiva? No, grazie. O almeno non sempre.
E’ il motivo per il quale la Cassazione ha dato ragione agli arrestati dell’operazione Led, l’inchiesta sugli appalti del Viterbese affidati alla Cpm Gestioni Termiche di Macerata.
L’amministratore delegato Alessandro Tramannoni, il fratello e socio Luca e il direttore commerciale Massimiliano Sanzogni sono finiti ai domiciliari ad aprile: turbativa d’asta l’accusa contestata dai pm viterbesi Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci. Ma le difese hanno impugnato gli arresti. Arresti sui quali la Suprema Corte si è pronunciata ormai più di un mese fa, accogliendo i ricorsi degli avvocati Daniele Nobili e Daniele Cofanelli.
Qual è la novità? Le motivazioni della decisione, depositate il 13 giugno e balzate sulla stampa nazionale, dal “Sole 24 Ore” al “Dubbio”, giornale garantista edito dalla Fondazione dell’avvocatura italiana del Consiglio nazionale forense.
Per la Cassazione la difesa ha ragione per almeno due motivi, che riguardano entrambi la carcerazione preventiva. Vi si può fare ricorso solo se il pericolo di reiterazione del reato è concreto e attuale e se non è trascorso troppo tempo dai fatti contestati (due anni, nel caso dell’inchiesta Led: fatti del 2014, arresti nel 2016). Lo dice la riforma della custodia cautelare varata in via definitiva dal Parlamento nell’aprile 2015: la legge numero 47 dell’anno scorso. Una sentenza definita dal “Dubbio” come un “promemoria per gip e collegi del Riesame” e un invito a non appiattirsi sulle richieste della pubblica accusa.
Dalla Cassazione, gli atti torneranno al tribunale della libertà per una nuova pronuncia, che non potrà non tener conto dell’orientamento della Suprema Corte sulla necessità di attenersi strettamente alla normativa. Intanto, per Tramannoni e Sanzogni è già fissata la prima udienza a luglio.




